“SONO STATO LADRO, RICETTATORE, DETENUTO E LATITANTE
MA SOPRATTUTTO SONO STATO UN CAPRO ESPIATORIO”

“SONO STATO LADRO, RICETTATORE, DETENUTO E LATITANTE MA SOPRATTUTTO SONO STATO UN CAPRO ESPIATORIO”

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Sergio Picciafuoco, 76 anni, fulminato in casa a Castelfidardo da un infarto. Condannato all’ergastolo (ritenuto il palo dei Nar per la strage di Bologna) per essersi trovato da clandestino nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Solo nel 1997 la Corte di Cassazione lo riconobbe innocente per non aver commesso il fatto. La fuga dal carcere di Ancona e ben undici anni da irreperibile, da Taormina a Sankt Moritz. I falsi legami con Radio Mantakas fino ai due colpi di pistola del Comandante Pettinari


Gennaio 2022, Picciafuoco in Tribunale a Bologna per l’ultima volta

«Sono stato ladro, ricettatore, detenuto e latitante; ma soprattutto sono stato un capro espiatorio».
Potrebbe cominciare così la biografia di Sergio PICCIAFUOCO, 76 anni, gran parte dei quali vissuti in latitanza o nei carceri di mezza Italia.
Ruba galline per indole e vittima predestinata per necessità (dei Governi di fine I Repubblica che dovevano indicare all’opinione pubblica almeno dei possibili colpevoli per la Strage di Bologna), PICCIAFUOCO è stato ritrovato morto, nella sua casa di Castelfidardo, vittima di un infarto.
Un passato lontanissimo di condanne per piccoli furti, una fuga dal carcere di Ancona nel 1970 e una lunga latitanza di 11 anni (fino al 1° aprile 1981), il nome del fidardense rimarrà legato, pur due volte proclamato innocente, soprattutto al sospetto di essere stato uno degli esecutori materiali, anzi il palo della strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980.
«Io ero lì, quel giorno a quell’ora, all’altezza del quarto binario, seduto a gambe penzoloni sul muretto delle scale per il sottopassaggio. Al quarto binario, a pochi metri dalla morte, che sfogliavo GENTE E MOTORI, in attesa di un treno per Milano. Ero latitante allora, scappato 10 anni prima dal carcere di Ancona, dove mi trovavo per reati contro il patrimonio. Avevo con me documenti falsi che mi spacciavano per Enrico VAILATI, l’alter-ego modenese che ero diventato dopo l’evasione”.

In effetti quel giorno, un sabato di partenza per le vacanze per mezza Italia e Bologna solito crocevia tra nord e sud, Sergio PICCIAFUOCO si trovava nel posto sbagliato e nel momento più sbagliato, le ore 10.25
Residente a Modena, avrebbe dovuto raggiungere il capoluogo lombardo per procurarsi altri documenti falsi.
Perchè allora scendere a Bologna? “Per salire su un diretto per Milano che non facesse fermate intermedie, in modo da minimizzare il rischio di controlli” – una spiegazione logica che, nelle varie aule di Tribunale, a lungo non venne minimamente presa in considerazione.
Questa la ricostruzione che PICCIAFUOCO fece di quella tragica mattinata: “Ricercato e sotto falsa identità, avrei dovuto dileguarmi all’istante. E invece, dopo l’esplosione, non solo rimasi là ma, incredulo e allucinato, seppure intero, mi diedi da fare per prestare i primi soccorsi.

Sergio PICCIAFUOCO, 76 anni, da colpevole a testimone della Strage

Mi feci medicare, più tardi, verso mezzogiorno, le lievi ferite che avevo riportato. Fornendo come sempre il mio nome falso di VAILATI. Purtroppo a 35 anni ero ancora troppo sprovveduto per immaginare quanto mi sarebbe costata quell’ingenuità. Lasciai così una traccia inequivocabile del mio passaggio nel luogo dell’attentato più grave della storia repubblicana, assolutamente inconsapevole di quanto la mia presenza, nel posto sbagliato, al momento sbagliato, sarebbe stata trasfigurata, ben presto, in inequivocabile segno di colpevolezza.
Così, quando nell’aprile dell’81 venni arrestato al confine con l’Austria di Tarvisio, fui tirato dentro l’inchiesta solo come testimone, almeno inizialmente; sino a qunado, senza un motivo, mi ritrovai incriminato, come membro dei Nuclei armati rivoluzionari (NAR), l’organizzazione eversiva di Destra ritenuta responsabile della strage. In realtà con i Nar non ho mai avuto niente a che fare. A legarmi all’organizzazione neo fascista solo l’origine comune dei miei documenti falsi, falsificati da Guelfo OSMANI di Tolentino, piccolo imprenditore ramo tessuti tecnici (teloni e tendo coperture, NdR.) vicino ai Servizi segreti, a loro volta vicini a membri di spicco dei Nar, tra cui Giusva FIORAVANTI.
La qualcosa, però, significava solo che lo stesso OSMANI aveva confezionato anche i loro documenti, oltre alla mia falsa carta di identità”.
Per dimostrare la completa estraneità di PICCIAFUOCO alla strage, per qualunque possibile ruolo, ci volle un autentico “miracolo forense”, quello messo insieme dall’avvocato bolognese Marcantonio BEZICHERI, all’epoca esponente di punta del MSI-DN.
Il valente avvocato e politico bolognese, il 18 luglio 1996, riuscì a convincere i giudici della Corte di Appello di Firenze (sentenza confermata il 15 aprile 1997 dalla Corte suprema di Cassazione) che PICCIAFUOCO non era un terribile esponente dei nuclei armati rivoluzionari ma soltanto uno sbandato, colpevole di essere preferito quale bersaglio fisso della sfortuna; un banale delinquente comune, digiuno e se possibile anche astemio di politica.
Quando, ad otto mesi dalla strage, PICCIAFUOCO venne arrestato a Tarvisio, il fidardense aveva con se una delle 4.700 carte di identità rubate nel 1972 al Comune di Roma, parti delle quali (esattamente 604) affidate dal Capitano D’OVIDIO (allora Sid, servizi segreti) all’imprenditore tolentinate OSMANI.
Ebbene, essendo provato che Guelfo OSMANI ritoccava tali documenti (ritrovati in seguito in un deposito di Camerino insieme ad armi di ogni tipo) a beneficio dei servizi di intelligenza ed essenso ugualmente pacifico come il documento in mano a PICCIAFUOCO era stato fabbricato dalla stessa casa madre di Tolentino, ergo che PICCIAFUOCO non poteva non orbitare nell’area Sid!
Un sillogismo interessato per lo Stato, avvalorato in quei giorni anche dalle dicerie, fatte circolare ad arte, che volevano Sergio PICCIAFUOCO, da latitante, frequentare da fidardense di Destra, nientemeno che l’osimana Radio Mantakas!

Noi stessi fummo, allora giovani animatori dell’emittente, fummo convocati a Bologna per testimoniare, con altri, la verità di quelle strane visite. Nessuno seppe ovviamente dire una sola parola su PICCIAFUOCO, per tutti emerito sconosciuto.
Ciò nonostante, affinchè il palo della strage potesse uscire dal carcere e scrollarsi di dosso, da innocente, almeno moralmente, una etichetta da ergastolano graziato impossibile da cancellare, servirannno molti anni di carcere. Non sappiamo quanto e se e come ripagati.
Condannato una prima volta, per il reato di strage, l’11 luglio 1988; assolto in Appello due anni dopo (il 18 luglio 1990), Sergio PICCIAFUOCO venne nuovamente condannato, di fatto, il 16 maggio 1994 con l’annullamento dell’assoluzione da parte della Cassazione.
La seconda assoluzione, per non aver commesso il fatto, a distanza di altri due anni, il 18 giugno 1996, stavolta confermata in via definitiva dalla Cassazione il 15 aprile 1997.
Poco dopo, appena un dopo, e un PICCIAFUOCO ormai di mezza età venne persino sparacchiato, nella sua Castelfidardo, in seguito ad un tentato furto… ai Vigili urbani, persino dal Comandante di Polizia municipale Paolo PETTINARI.
PICCIAFUOCO non era più, ormai, la leggenda giovanile del latitante di lusso, capace di viaggiare per un decennio tra Taormina e Sankt Moritz, soggiornando nei migliori alberghi.
“Archiviato il processo come imputato, in realtà la strage di Bologna continua, per me, anche adesso con continue chiamate in aula come testimone (l’ultima a gennaio di quest’anno, NdR.). E comunque a questo punto, sul finire degli anni ’90, molta parte di me era compromessa.
Per un periodo iniziale, nuovamente libero, ebbi anche a commettere altri piccoli reati, rimediando persino un buco nella pancia e rischiando la vita. All’alba del 7 giugno 1998 venni sorpreso durante un tentativo di furto negli uffici della Polizia municipale di Castelfidardo; venni colpito da due proiettili… solo caso sono ancora qui a raccontarlo. Ma questa è già un’altra storia; e già vagavo tra un ricovero psichiatrico e l’altro.

Poi fu grazie ad alcuni familiari che le cose presero un altro verso e in vecchiaia diventai un operaio.
Oggi, ormai con una piccola pensione, vivo dove sono nato, a Castelfidardo. Ma per lo Stato sono sempre il Sergio PICCIAFUOCO della Stazione di Bologna, innocente ma…”
Sabato pomeriggio l’epilogo, improvviso, di una intera vita. PICCIAFUOCO è stato colto dalla morte nella propria casa mentre si accingeva al lavabo, con l’acqua che ancora sgorgava dal rubinetto e i piatti sporchi da finire.
La scoperta del corpo ormai senza vita è toccata ai Vigili del Fuoco e ai Carabinieri allertati dai vicini che da giorni non avevano notizie del malconcio anziano.
E’ morto temendo per la propria vita, PICCIAFUOCO; temeva vendette e ritorsioni per essere uscito vivo e senza colpe da una vicenda troppo grande per un uomo malato e solo; una vita in solitario da mancato colpevole.”


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