LA MORTE DI SCARPONI
ACCELLERA L’INTRODUZIONE
DELLA NORMA SALVA CICLISTI?

LA MORTE DI SCARPONI ACCELLERA L’INTRODUZIONE DELLA NORMA SALVA CICLISTI?

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Allo studio in Senato un disegno di legge di modifica al Codice della Strada

 

LA MORTE DI SCARPONI
ACCELLERA L’INTRODUZIONE
DELLA NORMA SALVA CICLISTI?

 

In discussione l’obbligo di sorpasso dei ciclisti concedendo almeno 1,5 metro di spazio

L’Aquila di Filottrano ha chiuso le ali.
E intorno resta il silenzio e lo sgomento della gente comune che lo conosceva da sempre. La sua gente, la gente di Filottrano, dove Michele Scarponi viveva da sempre e dove tutti lo consideravano un amico prima che un grande campione.
L’intera vallata del Musone, con tutto il suo circondario, è stata colpita come un colpo allo stomaco dalla tragica notizia.
Una ragazzo solare, disponibile, alla mano come si sarebbe detto una volta. Impossibile non volergli bene. Uno che della bicicletta aveva fatto prima una passione e poi una professione.
Uno che è scomparso in sella alla sua bici, mentre iniziava un allenamento il giorno dopo essere rientrato dal Tour of the Alps, tra Austria e Trentino.
Un sabato mattina maledetto, una via percorsa mille volte a poca distanza da casa sua, nella sua Filottrano.
Una strada in discesa, l’incrocio fra via dell’Industria e via Schiavoni; un furgone Fiat Iveco che svolta e lo travolge frontalmente.
Terribile ironia della sorte, alla guida un conoscente del ciclista, Giuseppe Giacconi, un piastrellista 57enne che ai carabinieri di Osimo, intervenuti sul posto, ha immediatamente confessato l’unica cosa che c’era da confessare: “Non ho visto Scarponi!”.
Impatto frontale violentissimo, per Michele non c’è scampo. Un classico caso di mancato rispetto del diritto di precedenza.
Sulla dinamica c’è poco altro da chiarire ma restano in corso gli accertamenti da parte delle forze dell’ordine. Nella serata di sabato s’era addirittura diffusa la notizia, non confermata, dell’avvenuto arresto di Giacconi, in realtà indagato a piede libero per omicidio stradale colposo, pena prevista da 2 a 7 anni.
Quando arrivano i soccorsi, prima via terra e poi anche con l’elisoccorso decollato da Torrette, non c’è più nulla da fare se non constatare il decesso del corridore dell’Astana.
Intorno in breve tempo si raduna tanta gente; tutti avvertono la gravità dell’accaduto come testimoniano le decine di segnalazioni pervenute al coordinamento del 118.
La salma viene trasportata presso l’obitorio dell’Ospedale di Torrette dove nel tardo pomeriggio il medico legale Loredana Buscemi ha ultimato l’ispezione.
«Il corpo presenta un politrauma complesso e in particolare un trauma toracico chiuso – ha spiegato la dottoressa Buscemi al termine dell’esame – che ha determinato il decesso».
Il riconoscimento è stato effettuato dalla moglie Anna e dai fratelli Marco e Silvia.
La moglie di Scarponi ha voluto testimoniare il calore della gente con un semplice «grazie a tutti» postato su Instagram.
La salma è stata resa ai familiari domenica mattina e quindi riportata a Filottrano dove nel locale palazzetto dello sport “PalaGalizia” oggi sarà allestita la camera ardente.
I funerali invece si svolgeranno domani, 25 aprile, al campo sportivo, a partire dalle 15.30.
Il sindaco di Filottrano Lauretta Giulioni ha espresso il proprio cordoglio ai familiari di Scarponi e ha disposto l’esposizione delle bandiere a mezz’asta indicendo il lutto cittadino per il giorno dei funerali.
«Ci troviamo a piangere improvvisamente Michele che ha fatto volare tutti noi con le sue imprese. Un ragazzo solare, disponibile, molto legato al suo territorio. Ci stringiamo ai suoi cari e in particolare ai suoi gemellini, Giacomo e Tommaso di 4 anni».
Per capire quanto può essere cattiva la vita, basta guardare Anna inginocchiata su quel pezzo di strada scorticata.
I capelli biondissimi, la felpa scura dell’Astana rubata al suo uomo, i pantaloni della tuta che portava in casa quando hanno suonato alla porta e niente è stato più come prima. Per capire quanto può essere meravigliosa la vita, bastava entrare in casa di Michele Scarponi, un giorno qualunque. E respirare la felicità.
Cattiva o meravigliosa, la vita che ci tocca non ce la scegliamo.
Ho voluto la bicicletta? Canticchiava Michele per tenere buono Franky, la pappagallina di 4 anni anni di Giacomo Luchetta, che accompagnava sulla spalla Scarponi negli allenamenti e che anche grazie a questa particolarità era diventata in fretta una star del web.
Non aveva voluto soltanto la bicicletta, che pure gli ha dato la sua parte di bene (certamente meno di quello che avrebbe meritato) e di male.
Da persona sensibile e intelligente, Scarponi aveva capito in fretta che per essere felice doveva dividere la sua vita con una donna speciale.
Anna l’aveva incontrata in bici, quando correva nella Marca trevigiana. Correva anche lei, correva e studiava. Si era laureata in chimica e poi si era trasferita a Filottrano per diventare la moglie di Michele, dieci anni fa.
Nell’agosto del 2012 erano nati Giacomo e Tommaso – «e adesso di bambini ne ho tre» diceva Anna con gli occhi celesti che ridevano.
Del bambino Michele aveva conservato intatta la voglia di giocare. Sempre.
«Ti svegli la mattina, piove, fa freddo? Sai che ti aspetta l’allenamento lungo anche se vorresti essere altrove. Poi vedi Scarpa che si sveglia nel letto di fianco, apre un occhio e prima ancora che dica qualcosa ti ha già attaccato il buonumore».
Vincenzo Nibali che giusto ieri pomeriggio ha trionfato nel Giro di Croazia dedicando il successo all’amico Michele, raccontava così il suo compagno di stanza nei lunghi ritiri e nei grandi Giri.
Scarponi, l’uomo che aveva avuto un peso importante, diciamo pure decisivo, nelle vittorie di Nibali al Tour de France e all’ultimo Giro d’Italia.
Non tutti hanno un gregario che ha un Giro d’Italia nel curriculum. Anche perché non tutti i campioni sono così intelligenti da capire che a un certo punto si può correre anche a fianco di un altro senza per questo perdere niente di sè. Anzi.
«Veder vincere Vincenzo è bello esattamente come quando vincevo io. E lo so che qualcuno non ci crede ma non posso farci niente. Perché dovrei dire una cosa che non penso?». Magari succedeva il contrario. Come quando ci rimase male perché lo stesso Nibali non si diede abbastanza da fare per portarselo dietro nella nuova squadra.
«Mi sarebbe piaciuto correre ancora con lui, peccato». Ma niente polemiche, mai.
«Vincenzo è un buono, solo che non ci ha pensato».
Scarponi lo avevano disegnato divertente, ironico, intelligente, generoso. Non era tipo da buttarsi via in discorsi da bar.
La prima bici, una Bianchi, gliel’aveva regalata suo nonno il giorno della prima comunione, ed era stato un colpo di fulmine.
Ma la prima vittoria era arrivata tardi, a 17 anni, ovviamente in salita: Michele diventò Campione italiano Juniores e da lì non si fermò più.
Dopo gli anni nella Zalf a Castelfranco Veneto e l’altro colpo di fulmine – stavolta per Anna – Scarponi cominciò a correre nella squadra di Cipollini.
Poi passò in Spagna, dove la vita gli riservò il peggio, almeno fino al furgone che lo ha travolto sabato mattina, poco lontano dalla sua bella casa.
Fu accusato di essere uno dei clienti del famigerato dottor Fuentes, quello che portava il sangue in Slovenia, lo ossigenava e poi te lo iniettava di nuovo.
Scarponi fu uno dei pochi ad ammettere le sue colpe, fu squalificato per un anno e tre mesi e poi tornò.
I grandi successi arrivarono dopo quel purgatorio, compresa la vittoria al Giro d’Italia del 2011. Era arrivato secondo dietro a Contador e più tardi, quando lo spagnolo fu squalificato per clenbuterolo, venne fuori che quel Giro lo aveva vinto Scarponi a tavolino.
«Mai che mi capiti una cosa normale… sarebbe stato più bello festeggiare sul podio, con la gente sotto e i baci delle miss – aveva commentato mesi dopo, al riconoscimento ufficiale del successo – peccato».
L’anno scorso al Giro era andato in fuga, era passato da solo sull’Agnello, in mezzo alle nuvole, con la neve tutto attorno; e poi si era fermato per aspettare il suo capitano, che aveva bisogno di vincere almeno quella tappa, e infatti aveva pianto a lungo sul traguardo.
La telefonata di Scarponi alla moglie Anna era arrivata la sera tardi.
“Ero persa da qualche parte sulle Alpi francesi e mi ero chiusa in macchina a mangiare due cracker col tonno, bevendo direttamente dalla lattina. Michele rise come un matto.
«Ti rendi conto che la gente a casa pensa che facciamo la bella vita negli alberghi a cinque stelle? Io ho un mal di gambe clamoroso e domani mi aspettano quattromila metri di dislivello. Però devo farli, perché il Giro lo vince Nibali, te lo giuro».
Infatti.

La ricostruzione dell’incidente di sabato mattina costata la vita a Scarponi

In un libro di Marco Pastonesi «Il diario del gregario, ovvero Scarponi, Bruseghin e Noè al Giro d’Italia», Michele aveva descritto il suo lavoro in modo perfetto.
«La gente continua ad amare il ciclismo. E lo ama soprattutto quando noi corridori facciamo più fatica, quando sputiamo l’anima, quando sembriamo crepare da un momento all’altro, forse perché sperano di ereditare qualcosa, magari la bici. Io credo che il ciclismo, soprattutto in quelle tappe lì, d’alta montagna, sia una specie di duello al sole fra l’uomo e il corridore: il corridore spara all’uomo, cioè a se stesso, e prosegue fino all’arrivo. È per questo che si arriva morti».
Era una battuta. Ma adesso non fa più ridere. Sulle strade italiane muore un ciclista ogni 37 ore.
Il ministro Lotti: «La legge sull’omicidio stradale c’è, ora serve il provvedimento salva ciclisti».
E’ un abisso senza fondo: un morto ogni 37 ore! 251 nel 2015 e 16.000 feriti.
I dati ufficiali del Ministero dei Trasporti sono soltanto l’evidenza di un fenomeno che va fermato.
«E’ un argomento che ci deve sempre far riflettere, dobbiamo sempre porre maggior attenzione alla sicurezza stradale, alla sicurezza dei ciclisti e delle persone che vivono la strada e che sulla strada stanno quotidianamente».
Luca Lotti, ministro dello Sport, non perde tempo. Qualcosa bisogna fare. E la morte di Michele Scarponi ha almeno riportato alla luce la necessità di intervenire, di agire, di fare presto.
«Non solo abbiamo approvato la legge sull’omicidio stradale – ha aggiunto – ma abbiamo anche presentato un provvedimento con il vice Ministro Nencini denominato “salva ciclisti.
Mai abbassare la guardia sulla sicurezza sulla strada».
Professionisti, amatori, semplici cittadini che prendono la bici. Il rischio è di tutti. Bisogna tenere la guardia alta. E, come sempre, la politica deve fare la sua parte. Proprio pochi giorni fa, effettivamente, era stato proprio il sottosegretario ai Trasporti Riccardo Nencini, a margine della presentazione del Gran Premio della Liberazione, a ribadire la necessità, l’urgenza, il bisogno di una legge per tutelare i ciclisti:
«Dobbiamo ancora stabilire qual’è l’attaccapanni normativo, se il Codice della Strada che riprende il suo percorso al Senato oppure un decreto del Ministero dei Trasporti.
Rimane l’urgenza dell’oggetto perché l’utenza debole – di cui fanno parte ciclisti, motociclisti e pedoni – ha un numero di morti decisamente troppo alto.
Il 50 per cento della mortalità stradale è fatta da utenza debole».
Tornano in mente miriadi di casi, appunto 1 ogni 37 ore.
E’ provato che consultare i social e scambiarsi messaggi su Whatsapp durante momenti di “noia” alla guida aumenta la distrazione. E questo fa aumentare gli incidenti.
Si passa dai 366 morti del 2001 ai 251 del 2015, un trend in calo ma pur sempre con un totale da far rabbrividire: 4.534 persone decedute nell’arco di 15 anni in sella ad una bicicletta!
Attraverso una nota stampa dice la sua anche la Assocorridori presieduta da Cristian Salvato: «Continueremo a batterci per un ciclismo più sicuro e una cultura stradale di rispetto verso le due ruote».
Salvato ha ricordato anche Scarponi: «Sorridente, sempre pronto alla battuta, non mancava mai alle iniziative benefiche promosse dall’Accpi, comprese le ultime a favore dei terremotati della sua terra, ai quali ha dedicato l’ultimo trionfo, solo pochi giorni fa».
E ancora: «L’Aquila di Filottrano è volata via troppo presto, dandoci un grande dolore.
Il gruppo, in cui era davvero amato e stimato da tutti, lo piange sinceramente.
Ci mancheranno le tue risate, i tuoi scherzi, la tua sensibilità. Riposa in pace».
Dunque bisogna fare in fretta, bisogna trovare la soluzione a questo orrore. Perché le strade italiane nascondono mille insidie per chi vuole andare in bicicletta.
Insidie per chi in bici ci va per mestiere. Per chi lo fa per passione. Ma anche per chi la bici la usa per andare al lavoro o a scuola tutti i santi giorni.
A fine marzo è stato presentato in Senato il disegno di legge numero 2658, il cosiddetto “salvaciclisti”, un disegno di legge con «modifiche all’articolo 148 del Codice della Strada in materia di tutela della sicurezza dei ciclisti».
In pratica si parla di introdurre l’obbligo di sorpasso ad almeno 1,5 metri di distanza laterale dal ciclista aggiungendo al testo l’articolo 3 bis:
«È vietato il sorpasso di un velocipede a una distanza laterale minima inferiore a un metro e mezzo».
Basterà?


LA NEF RISCATTA PINETO (3-2)
E RESTA IN BALLO PER IL 3° POSTO
AL BUTTARI IL CERTIFICATO
DI OSPIZIO DI QUALITA’

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