GOGNA MEDIATICA E TASSE MEDIEVALI: COSA SI NASCONDE DAVVERO DIETRO IL BLITZ DI ASCOLI PICENO CONTRO LA STARLETTE DI ONLY FANS
Di fronte al facile comunicato stampa celebrativo sul recupero d'imposta ai danni di una creatrice di contenuti adult, i media locali e nazionali hanno intonato all'unisono il solito coro da tribunale del popolo per l'evasione di un reddito netto di appena 23.000 euro annui. Ma dietro i titoloni scandalistici e l'invidia sociale c'è una realtà ben diversa: un sistema fiscale arcaico che sopravvive punendo l'autonomia e nascondendo le proprie contraddizioni

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di Sandro PANGRAZI
Il copione è ormai un classico del giornalismo italiano a costo zero: si prende il comunicato ufficiale della Guardia di Finanza, si aggiunge un pizzico di voyeurismo sulle cifre presunte incassate tramite piattaforme come OnlyFans, si condisce il tutto con parole d'ordine come "maxi-evasione" o "influencer smascherata" e il pezzo da clic facili è servito.
Nelle ultime ore, il caso della creator picena, beccata dalle Fiamme Gialle di Ascoli Piceno, è diventato la carne da macello preferita dall'opinione pubblica.
Si parla di un volume d'affari contestato di circa 160.000 euro, sommati su un arco di quattro anni (2022-2025); si allude a società o conti accesi tra Lituania e Spagna, fino alle inevitabili indiscrezioni su asset in metalli preziosi conservati in Svizzera.
Tutti gli elementi per la gogna perfetta ci sono. Ciò che manca, nei resoconti della stampa di regime, è la risposta alla domanda fondamentale: perché una persona che produce contenuti digitali da uno smartphone dovrebbe trovarsi impigliata in una ragnatela burocratica e fiscale di questo tipo?

I numeri reali: la "maxi-evasione" svelata
Andando ad analizzare le cifre reali al netto del clamore mediatico, emerge la vera dimensione del caso: si parla di un'incasso lordo annuale di circa 40.000 euro.
In un Paese con una pressione fiscale e contributiva ordinaria, una cifra del genere permetterebbe a stento un tenore di vita normale.
Tuttavia, applicando le aliquote ordinarie, insieme alla famigerata sovrimposta del 25% - nota come tassa etica per non chiamarla col proprio nome di porno tax - quei 40.000 euro si sarebbero ridotti a soli 23.000 euro netti all'anno.
È così che nasce la narrazione dell'"evasione monstre" di 17.000 euro l'anno (pari a circa 68.000 euro totali contestati su quattro anni): una cifra che per lo Stato rappresenta il prelievo forzoso su gran parte del valore generato dall'individuo, lasciandogli in tasca solo briciole.
Il dogma della "Tassa Etica": quando lo Stato fa il moralista
Tra le pieghe delle contestazioni mosse alla creator ascolana figura puntualmente la cosiddetta "tassa etica", un'addizionale del 25% nata con la SANTANCHE' attraverso la Legge di bilancio del 2005 (BERLUSCONI III).
Una norma fossile, concepita nell'era dei Vhs e delle edicole per colpire il materiale "pornografico o incitante alla violenza" (due sfere, non si comprende come e perchè, assimilate dalla morale di Stato di 20 anni fa, come dal Governo attuale).
Oggi, quell'imposta non viene versata spontaneamente quasi da nessuno, per la semplice ragione che il mercato reale dell'intrattenimento è cambiato, diventando globale, immateriale e decentralizzato.
Lo Stato italiano, anziché prenderne atto e ammodernare un prelievo fiscale insostenibile per la creator economy, preferisce mantenere in vigore balzelli inquisitori che superano abbondantemente la metà del reddito prodotto, tolte le commissioni delle piattaforme.
Il messaggio di fondo delle Istituzioni è di un'ipocrisia disarmante: ciò che fai tra adulti consenzienti è moralmente riprovevole... ma se ci versi una percentuale da strozzinaggio e la chiami 'etica', allora la tua attività torna ad essere accettabile per le casse pubbliche.
La gogna come strumento di consenso
L'accanimento mediatico su cifre che, per i parametri del grande capitale e dell'evasione sistemica multinazionale, rappresentano poco più di un granello di sabbia, serve a soddisfare il bisogno primario del pubblico italiano: l'invidia sociale.
Presentare la creator o l'imprenditore individuale come il "parassita" da punire permette di distogliere l'attenzione dal vero nodo strutturale: uno Stato burocratico e vorace che non offre servizi proporzionati alla pressione fiscale che esercita, spingendo chiunque produca valore a cercare disperatamente margini di protezione al di fuori dei confini nazionali.
Il mito della lealtà verso un sistema cieco
La vicenda della ragazza ascolana non è la storia di un grande crimine economico, ma il sintomo di una frattura insanabile tra il cittadino produttivo e la macchina statale.
Quando le norme diventano punitive, moralistiche e palesemente sproporzionate, l'adesione spontanea al sistema fiscale cessa di essere un dovere civico e diventa una forma di condiscendenza irrazionale.
Invece di limitarsi a fare la grancassa dei blitz e delle cartelle esattoriali, l'informazione dovrebbe iniziare a chiedersi se il vero problema risieda in chi cerca di preservare il frutto del proprio lavoro da un Fisco medievale o in uno Stato che pretende lealtà senza offrire in cambio né rispetto né modernità.
E' però molto più semplice, fare copia e incolla.
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