SCOSSICCI: IL BOIA DEI 55 CANI E' UN PROFESSIONISTA DI LORETO
Orrore sotto il cavalcavia, dalle ombre di un'indagine blindata emerge l'identità del presunto responsabile dell'eccidio di Scossicci. Tra microchip spariti e il muro di gomma di un vicinato che ha scelto il silenzio, si squarcia il velo sul cinismo di chi trasformava fedeli compagni in rifiuti da eliminare


di Sandro PANGRAZI
Il muro di silenzio eretto attorno al "cimitero dell'orrore" di Scossicci sta finalmente crollando.
Nonostante il massimo riserbo della Procura di Macerata, lo scoop è servito: l'inchiesta-horror sulle carcasse di 55 cani, forse seviziati e certamente uccisi e abbandonati come rifiuti ai piedi del cavalcavia autostradale, ha finalmente un volto. Il presunto responsabile è un addetto ai lavori loretano, un professionista purtroppo sospettabile, attivo da anni nel settore cinofilo.
Una Svolta nel silenzio
Per due mesi il fascicolo è rimasto contro ignoti, sospeso in un limbo di incertezze.
Ma da ieri la musica è cambiata. Il fiuto investigativo dei Carabinieri Forestali del Cònero, unito alla determinazione del Pubblico ministero maceratese Stefania CICCIOLI, hanno stretto il cerchio attorno a un uomo che nel settore si muoveva con la disinvoltura di chi sa come far sparire le tracce.
Documentazione e indizi pesantissimi portano ora dritti alla sua porta: non più un'ombra, ma un nome e un cognome iscritti nel registro degli indagati.
Il sistema dello "smaltimento": scarti da reddito
L’ipotesi investigativa è da brividi: non una follia estemporanea ma un sistema collaudato di "smaltimento di scarti".
Cani non più abili alla caccia, esemplari che non servivano più al "servizio" per cui erano stati acquistati da cuccioli.
Una volta diventati un peso economico, finivano nel laboratorio dell'orrore.
I microchip? Rimossi con cura chirurgica prima di gettare i corpi tra i rifiuti, in un macabro rituale che andava avanti da anni sotto l'ombra della ex Nuova Pignone.

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L’ondata di sdegno: un’Italia ferita al cuore
La notizia del ritrovamento di quei 55 corpi martoriati non è rimasta confinata tra le cronache locali, ma ha squarciato il velo di indifferenza di mezza Italia.
Non è necessario essere "animalisti" per provare un senso di nausea davanti a una simile barbarie; è bastato essere umani.
Lo sdegno è divampato ovunque: dai social network alle piazze, dalle conversazioni al bar, ai salotti televisivi nazionali.
Ciò che ha sconvolto la gente comune è la freddezza burocratica della mattanza: l'idea che un cane, dopo anni di fedeltà e lavoro, venga considerato un "rifiuto speciale" da eliminare per risparmiare qualche centinaio di euro.
È questa crudeltà utilitaristica ad aver provocato una ferita profonda nella coscienza collettiva.
Il muro dell'omertà: il silenzio di chi sapeva
C’è un dettaglio, però, che rende questa vicenda ancora più torbida: il comportamento dei vicini e di chi gravitava attorno a quella precisa area.
Per mesi il sospettato ha potuto contare su una sorta di protezione indiretta fatta di sguardi bassi e bocche cucite.
Nessuno ha parlato.
È venuta meno quella collaborazione civica di cui gli inquirenti si dicevano inizialmente certi; un aiuto che avrebbe potuto abbreviare i tempi di un’indagine complessa e invece è naufragato nel disinteresse o, peggio, nella complicità del silenzio. Quasi tutti, in realtà, pare fossero a conoscenza di qualcosa di turpe o poco chiaro attorno a quel cavalcavia e ai ripetuti andirivieni sospetti, eppure hanno preferito voltarsi dall'altra parte.
Il blitz disperato e la beffa giudiziaria
La situazione di stallo si è sbloccata nei giorni scorsi giocando in Procura la "carta della disperazione": una perquisizione a tappeto disposta dal Gip nei locali e nel laboratorio del professionista loretano.
Un blitz che parrebbe aver finalmente dato i frutti sperati, portando alla formale iscrizione dell’uomo nel registro degli indagati.
Resta, infine, l'amaro in bocca per un sistema legislativo che appare impotente.
L’articolo 544 del Codice penale prevede al riguardo una condanna molto mite, che oscilla tra i 4 mesi e i 2 anni.
Una pena che suona come una beffa atroce davanti al dolore causato a 55 esseri senzienti.
Se e quando l'indagato sarà giudicato colpevole, la condanna sarà solo una frazione infinitesimale della sofferenza che ha inflitto.
Ma oggi, almeno, quel sistema di morte ha un responsabile identificato.




