FIGURACCIA GLOBALE DI SILVETTI, IL SINDACO CHE VOLEVA IMPEDIRE LA VISITA AD ANCONA DELL'AMBASCIATORE DI ISRAELE PRESSO IL PAPA
“Mò chiamo il mio amico Tajani…”: il sonoro “liscio e busso” incassato dal Governo smonta il bluff del Sindaco-doganiere che confonde le amicizie di partito con l'Abc della Costituzione

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di Sandro PANGRAZI
C’è un limite preciso in cui la comunicazione politica smette di essere legittimo posizionamento e diventa pura insipienza istituzionale.
Quel limite, a Ancona, è stato ampiamente superato nelle settimane scorse con l'ennesima comparsata della Flotilla, a metà tra farsa e provocazione.
La pretesa del Sindaco Daniele SILVETTI (eppure, fino a prova del contrario, targato Forza Italia) di ergersi a "doganiere diplomatico" della città – contestando ad esempio l'iniziativa dell’ambasciatore israeliano presso la Santa sede Yaron SIDEMAN, martedì in visita in Sinagoga e in Curia – rappresenta un caso di scuola di come la foga da palcoscenico possa far dimenticare le basi dell’architettura dello Stato.
Il dato più inquietante che emerge da questo cortocircuito non è solo la gaffe locale, ma la spaventosa immaturità sistemica: se amministratori con questa forma mentale avessero un reale potere di firma sui trattati internazionali, l'Italia si troverebbe a collezionare un incidente diplomatico a settimana, ostaggio di umori di campanile elevati a politica estera.
Ecco i cinque passaggi chiave che smontano il bluff di Palazzo del Popolo e mettono a nudo i rischi di una simile incoscienza politica.
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Il peccato originale: confondere il Vaticano con il Comune
L'aspetto più grottesco dell'intera vicenda risiede nello status del diplomatico israeliano: Yaron SIDEMAN è l’ambasciatore d'Israele presso la Santa Sede.
Non è accreditato presso il Quirinale, ma presso il Papa.
La sua visita all'Arcivescovo e alla Comunità Ebraica rientra perfettamente nel perimetro delle sue funzioni di dialogo interreligioso e istituzionale-ecclesiastico. Pretendere che un rappresentante diplomatico estero presso la Santa Sede debba chiedere il "visto d'ingresso" o notificare i propri spostamenti pastorali e religiosi a un Sindaco di provincia dimostra una totale e preoccupante confusione tra geopolitica globale, diritto canonico e confini comunali.
Il "Due di Coppe" della diplomazia locale
Nel gioco della politica internazionale, le competenze dei Comuni contano esattamente come il due di Coppe quando la briscola è però a Bastoni. Cioè troppo poco.
L’articolo 117 della Costituzione italiana non lascia spazio a interpretazioni: la politica estera e i rapporti con gli Stati esteri sono materia esclusiva dello Stato centrale.
Un ambasciatore risponde al cerimoniale di Stato o alle gerarchie ecclesiastiche, non ai desiderata di una Giunta locale, seppur formalmente di Centro-Destra.
Pretendere di essere informati preventivamente per valutare il "gradimento" di un diplomatico sul suolo comunale è un'ingerenza istituzionale priva di qualsiasi fondamento giuridico.
Per la serie: "ah Silvè, sta 'tel tuo".
L'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede Yaron SIDEMAN, stringe la mano al Cardinale segretario di Stato Pietro PAROLIN.
Una fabbrica seriale di incidenti diplomatici
Se soggetti come Silvetti contassero davvero qualcosa nello scacchiere globale, la politica estera italiana si trasformerebbe in una bomba a orologeria.
Immaginiamo lo scenario: ogni Comune italiano decide autonomamente quali diplomatici accogliere, quali censurare e a chi chiedere i documenti d'identità istituzionale prima di varcare il confine comunale.
Un'anarchia amministrativa che esporrebbe il Paese al ridicolo internazionale.
Chi ragiona così dimostra di non avere la minima percezione delle conseguenze delle proprie parole: scambiare la diplomazia internazionale per un'assemblea condominiale è il modo più rapido per generare crisi geopolitiche ad ogni più sospinto.
Il totale analfabetismo sulle autonomie altrui
L'errore più macroscopico dell'amministrazione dorica risiede nella totale ignoranza – o nella deliberata rimozione – delle autonomie altrui.
L'ambasciatore Yaron SIDEMAN non ha visitato Palazzo del Popolo, né ha chiesto incontri con la Giunta comunale.
Probabilmente (ma non lo sapremo mai) è giunto ad Ancona proprio in beffa del mancato gradimento avventato del Sindaco!
Ergo, ha semplicemente incontrato l'Arcivescovo SPINA e i vertici della comunità Ebraica nelle loro rispettive sedi storiche.
La Diocesi (tutelata dai Patti Lateranensi) e la comunità Ebraica (regolata da intese dello Stato) sono soggetti sovrani e indipendenti dal Comune.
Pensare che il Sindaco debba fare da filtro o ricevere notifiche per gli incontri bilaterali di istituzioni autonome significa confondere il ruolo di Primo cittadino con quello di un Podestà d'altri tempi.
Il "liscio e busso" incassato pure dal Governo
Il risultato inevitabile di questa impuntatura è stato un sonoro e prevedibile arroccamento istituzionale da parte delle autorità centrali.
Il Governo e la Prefettura hanno dovuto ricordare all'Amministrazione comunale le regole elementari del cerimoniale e della catena di comando.
Quando si invocano i canali della Farnesina per lamentare visite "irrituali", bisognerebbe prima avere la certezza che il protocollo dia ragione a chi solleva il polverone.
In questo caso, il verdetto ministeriale è stato unanime e impietoso: zero poteri di veto, zero obblighi di comunicazione preventiva, zero leva giuridica per il Comune.
Per la serie: Silvetti, trovi altri temi per la campagna elettorale a venire.
Il triste bilancio tra propaganda elettorale e banale real politik
Cosa resta, dunque, di questa vicenda?
Resta un atto di pura comunicazione interna, utile forse a lanciare un segnale emotivo alla propria base elettorale, ma disastroso sul piano dell'efficacia e della credibilità amministrativa.
Usando un briciolo di intelligenza istituzionale, si sarebbe potuto comprendere fin dall'inizio che un semplice auspicio politico non ha la forza di scavalcare i trattati internazionali.
Aver voluto alzare i toni su una competenza totalmente fuori dalla portata della fascia tricolore (e averlo persino sottolineato a cose fatte!) ha prodotto un unico risultato: mostrare i limiti di una miope azione politica, quella di SILVETTI, che preferisce lo scontro di facciata alla solida conoscenza delle regole dello Stato.
E SILVETTI? Gli concediamo volentieri l'ultima parola: "Mò chiamo il mio amico TAJANI…".





