mercoledì, 24 giugno 2026

"KEBABBARI STOP": QUANDO IL POPULISMO GASTRONOMICO DI FDI CADE NEL CORTOCIRCUITO POLITICO TRA ANCONA E ROMA

Il provvedimento anti-negozi etnici nelle Marche, allo studio della Giunta Acquaroli, rischia di nascere morto: la bocciatura per incostituzionalità pare dietro l'angolo. E mentre i burocrati cercano una formula più "morbida", i canali social della Fiamma marchigiana pubblicano persino la prova del reale intento discriminatorio, servendo su un piatto d'argento il ricorso al Tar

Di Sandro Pangrazi | 24-giu-2026 6 min di lettura
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"KEBABBARI STOP": QUANDO IL POPULISMO GASTRONOMICO DI FDI CADE NEL CORTOCIRCUITO POLITICO TRA ANCONA E ROMA

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di Sandro PANGRAZI

La Giunta ACQUAROLI ha appena approvato una proposta di legge per blindare i centri storici e frenare i negozi etnici, ma l'iniziativa rischia di rivelarsi un'operazione puramente ideologica, oltre che ad alto rischio di incostituzionalità. 
Dietro lo slogan della tutela dell'identità locale si nasconde infatti un paradosso politico: la sezione marchigiana di Fratelli d'Italia lancia in periferia crociate locali che il Governo nazionale a Roma non si sognerebbe mai di proporre. 
Ignorando le vere cause della crisi delle botteghe — come la pressione fiscale, gli affitti alle stelle e l'e-commerce — il provvedimento rischia di desertificare ulteriormente i borghi e penalizzare il turismo locale ed internazionale, offrendo un fumo propagandistico che non salverà il commercio di vicinato.

Il vicolo cieco legale e il fantasma della Consulta
Il primo scoglio insormontabile per la proposta di legge-ACQUAROLI è il diritto costituzionale ed europeo. 
La Costituzione Italiana, agli articoli 3 e 41, tutela l'uguaglianza dei cittadini e la libertà di iniziativa economica privata, mentre la Direttiva UE BOLKESTEIN vieta esplicitamente barriere discriminatorie all'accesso al mercato, basate sulla nazionalità o sull'origine dei gestori. 
Se il testo definitivo approvato dall'Assemblea legislativa conterrà limitazioni mirate contro i "kebabbari" o i ristoranti etnici, verrà abbattuto al primo ricorso davanti al TAR o alla Corte Costituzionale. 
Se invece, per aggirare i filtri legali, la Regione userà parametri generici sul decoro o vincoli merceologici, la burocrazia finirà paradossalmente per colpire anche i fast food e i negozi di souvenir italiani di bassa qualità.

Il cortocircuito politico e la disinvoltura di FdI
Questa iniziativa svela un comportamento fin troppo disinvolto da parte della classe dirigente marchigiana di Fratelli d'Italia. 
Si assiste ormai a un bizzarro sdoppiamento strategico: a Roma il Governo MELONI deve necessariamente sposare il pragmatismo economico, rispettare i trattati internazionali e dialogare con i mercati globali, mentre in periferia la sezione locale si permette il lusso di un populismo gastronomico inapplicabile. 
Questa spregiudicatezza nel lanciare crociate identitarie serve a coprire le mancanze strutturali con un pò di fumo negli occhi degli elettori. 
Insomma, a livello locale ci si concede una propaganda identitaria di facciata, ben sapendo che l'esecutivo nazionale risponde a logiche economiche di tutt'altra natura.

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La card social che incastra la propaganda, ovvero l'autogol

A confermare che non si tratta di una complessa strategia urbanistica, ma di una spregiudicata operazione di marketing, ci hanno pensato i canali social ufficiali del Gruppo consiliare di Fratelli d’Italia. 
In prima fila c'è la pagina Facebook del capogruppo Andrea PITZU, che ha sposato la linea dura della crociata identitaria a uso e consumo dei social. 
In una card propagandistica diffusa online, il logo del partito incornicia un'immagine palesemente artificiale di un borgo ideale, sopra la quale campeggia lo slogan: «Food e decoro: "Basta locali etnici in centro"». 
Una mossa ingenua: se da un lato serve a incassare il facile consenso della tifoseria di Destra, dall'altro offre su un piatto d'argento, ai giudici del Tar, la prova regina del reale intento discriminatorio del provvedimento. 
Insomma il post spoglia la possibile futura legge di ogni parvenza di neutralità tecnica, proprio mentre i burocrati regionali cercano disperatamente di scriverla in modo "morbido" per evitare le bocciature costituzionali.

L'errore diagnostico: il kebab come capro espiatorio
La narrazione secondo cui le botteghe tradizionali starebbero scomparendo a causa della "invasione" delle cucine straniere è un clamoroso errore di analisi economica. 
I piccoli negozi di vicinato chiudono a causa della concorrenza spietata dei colossi dell'e-commerce e della grande distribuzione organizzata, non per l'apertura di una friggitoria etnica. 
I veri carnefici dei centri storici sono gli affitti commerciali esorbitanti e una pressione fiscale insostenibile per le micro-imprese. 
Vietare un ristorante etnico per decreto non farà aprire magicamente una bottega di merletti o una norcineria tipica; piuttosto impedirà semplicemente a un locale commerciale di produrre reddito, lasciando una vetrina vuota e una via buia in più.

Il paradosso del turismo e il rischio "borgo-museo"
La Regione Marche investe ogni anno milioni di euro di fondi pubblici per promuoversi sui mercati internazionali e attrarre visitatori, in particolare dal Nord Europa e dall'America, ma questa legge dimostra una visione provinciale dei flussi turistici. 
Il turista globale cerca l'autenticità del territorio, ma esige anche città inclusive, dinamiche, vive e capaci di offrire servizi cosmopoliti. 
Pretendere di ripulire i centri storici per legge per creare un'omogeneità artificiale rischia di trasformare i borghi marchigiani in riserve indiane alimentari o in sterili parchi a tema per turisti, privandoli della loro reale natura di luoghi storici di scambio, commercio e vitalità residenziale.

Meno divieti ideologici, più aiuti reali
La tutela delle eccellenze e della cultura marchigiana è un valore condivisibile, ma non si persegue sventolando bandiere proibizioniste. 
Per salvare il commercio di prossimità servono riforme strutturali ed economiche serie: incentivi fiscali diretti per coprire i costi di affitto dei giovani artigiani, finanziamenti agevolati per favorire la digitalizzazione delle micro-imprese e piani di mobilità urbana per rendere i centri storici accessibili. 
Finché la politica regionale preferirà la caccia al nemico visibile anziché la risoluzione dei nodi economici interni, la desertificazione dei borghi proseguirà inesorabile. 
Resta però un dubbio di fondo che merita una risposta: possibile che la Regione Marche, con le centinaia di poltrone e incarichi ben retribuiti a piene mani, non possa contare su almeno due o tre "consiglieri del Presidente" in grado di riconoscere al volo una stupidaggine da evitare da un provvedimento degno di nota?
Insomma, simili sparate basate sul nulla a chi giova produrle, persino sbandierarle, per poi tornare indietro?

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