venerdì, 28 agosto 2026

IL DECRETO E' FIRMATO, ENTRO IL 2030 VIA LIBERA AL 177° IMPIANTO A BIOMETANO

Il Piano nazionale integrato per l'Energia e il Clima prevede per l'Italia, entro il prossimo triennio, 2.200 impianti a sicurezza tecnologica del 98% e un risparmio miliardario sulle importazioni estere. La vera sfida per Osimo non è quindi la barricata ideologica, ma governare lo sviluppo da protagonisti. Un'Amministrazione illuminata, anziché inseguire allarmismi e costosi ricorsi al Tar, dovrebbe scegliere la strada del confronto (con Sgr e cittadini) e delle compensazioni: cavalcare non subire l'indirizzo nazionale

Di Sandro Pangrazi | 28-ago-2026 5 min di lettura
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IL DECRETO E' FIRMATO, ENTRO IL 2030 VIA LIBERA AL 177° IMPIANTO A BIOMETANO

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di Sandro PANGRAZI

Mentre il dibattito cittadino si scalda sulle ali dell’emotività e delle promesse politiche di barricate legali, le carte bollate della burocrazia regionale hanno tracciato una linea di non ritorno sul destino energetico di via Coppa. 
Dal 18 agosto, la partita per la riconversione della centrale osimana non si gioca più sui palchi della politica locale o nelle assemblee spontanee dei comitati, ma sul terreno solido dei Decreti esecutivi e delle normative industriali nazionali. 
Per comprendere la reale portata di questa svolta, lontano dai titoli strillati e dagli allarmismi di facciata, offriamo di analizzare i fatti in serenità attraverso sette passaggi chiave, step destinati a ridefinire, piaccia o meno, il futuro del nostro territorio.

1. Il sigillo d'agosto nel silenzio dell'estate
La firma è arrivata nel silenzio di metà agosto. 
Il 18 agosto, per l'esattezza, il Dirigente del settore Fonti energetiche della Regione Marche ha messo il sigillo definitivo sull'autorizzazione per l'impianto della società Sgr Bio Osimo 1 di via Coppa. 
Tradotto in soldoni: la riconversione da biogas a biometano si farà, con una portata massima di 500 metri cubi standard all'ora immessi direttamente nella rete nazionale del gas. 
I giochi tecnici, con la sesta Conferenza dei servizi, si erano già conclusi a maggio e la firma ferragostana ha solo normalizzato la burocrazia.

2. Una gabbia di prescrizioni a tutela del territorio
Mentre la politica locale promette barricate e annuncia l'ennesimo ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale entro i canonici 60 giorni, la realtà dei fatti descrive uno scenario molto diverso da quello dipinto dai comitati del "no a tutto". 
Il Decreto regionale non è un regalo all'azienda romagnola, ma una gabbia di prescrizioni severissime, vincolata all'adozione delle migliori tecniche disponibili sul mercato per azzerare le esalazioni e gli impatti ambientali. Un vincolo fondamentale, se si pensa che la struttura sorge ad appena un chilometro e mezzo in linea d'aria dal centro abitato di San Paterniano, lambendo diverse case coloniche sparse.

3. Il fallimento logico del controllo preventivo continuo
C'è chi grida allo scandalo, paventando che i controlli dell'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale delle Marche non saranno presenti ventiquattro ore su ventiquattro e che i cittadini resteranno indifesi in caso di anomalie notturne. 
Un'obiezione che crolla davanti alla logica più elementare della convivenza civile: l'impossibilità di un controllo preventivo assoluto vale per qualsiasi attività umana. 
Anche quando saliamo in auto accettiamo il rischio di un incidente, sapendo che i soccorsi arriveranno solo dopo l’impatto. 
Pretendere che un tecnico pubblico piantoni una centrale continuamente significa voler bloccare lo sviluppo per pura ideologia.

4. Sanzioni pesanti per un'azienda obbligata a rigare dritto
La tecnologia odierna monitora i flussi industriali in tempo reale, segnalando le anomalie ben prima che le esalazioni raggiungano le case. 
Inoltre, l'azienda rischia la revoca immediata della concessione, denunce penali per i dirigenti e la perdita dei milionari fondi europei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza al minimo sgarro. 
La società di Rimini ha tutto l'interesse economico e legale a rigare dritto per non farsi sigillare l'impianto da un giorno all'altro.

5. La 177ª autorizzazione di un comparto sicuro al 98%
I dati nazionali parlano chiaro: in Italia ci sono già 176 impianti di biometano attivi e oltre 2.000 a biogas. Quello di via Coppa è, di fatto, la 177ª struttura ad aver ottenuto l'autorizzazione formale per l'immissione in rete. 
Nel 98% dei casi queste realtà lavorano da anni in totale anonimato e senza alcun problema. 
E il 98% è una percentuale che sancisce il successo di qualsiasi attività umana, commerciale o civile, dove il rischio zero assoluto per natura non esiste.

6. Una strategia nazionale contro la dipendenza estera
Questo comparto ha una valenza strategica enorme: entro il 2030 coprirà l'8.5% del fabbisogno di gas dello Stato, slegandoci dalle costose importazioni da paesi come l'Algeria o gli Stati Uniti, acquistate a caro prezzo sui mercati all'ingrosso. 
Sostituire questa quota con la produzione interna significa trattenere oltre tre miliardi di euro all'anno nell'economia nazionale, sottraendoli alle multinazionali estere per redistribuirli interamente nella filiera agricola italiana.

7. L'orizzonte del 2030 impone una svolta: trattare, non guerreggiare
Lo stesso pragmatismo si applica allo spauracchio del traffico pesante. 
Pensare di risolvere la viabilità in tempi brevi è pura illusione: tra progetti esecutivi, spostamenti di condotte sotto le carreggiate, bandi di gara pubblici e i complessi espropri dei terreni agricoli ai lati dei fossi, l'impianto non entrerà a pieno regime prima del 2030 o addirittura oltre. 
Ed è proprio qui che si misura la lungimiranza di un'Amministrazione comunale che rincorre sicurezza e non voti. Piuttosto che avventurarsi in guerreggiate a colpi di carta bollata davanti al Tribunale Amministrativo Regionale ad ogni piè sospinto — destinate a far lievitare le costose parcelle degli avvocati e al contempo svuotare le casse pubbliche a colpi di udienza — una Giunta illuminata potrebbe, anzi dovrebbe, sedersi al tavolo con la società. Collaborare per governare lo sviluppo, concordare le migliori soluzioni tecnologiche e pretendere massicce opere di compensazione per rifare il look alle strade rurali a spese private è l'unico modo per difendere davvero il territorio. 
La riconversione è legge, come le antenne per i cellulari o i forni crematori, tanto per capirci: meglio governarla da protagonisti che subirla da sconfitti.

 

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