TARIK, ERGASTOLO ALLA CRUDELTA'. ILARIA FECE SCUDO ALLE BIMBE: MASSACRATA A SEDIATE
Confermata la massima pena per il marocchino Tarik El Ghassassi, oggi 44 anni: la Cassazione mette il sigillo su un omicidio pluriaggravato. Ilaria scappò dalla cameretta per attirare su di sé i colpi e salvare le piccole, spirando nel fango di una topaia dove la sua famigliola era stata, di fatto, abbandonata dalla società osimana


di Sandro PANGRAZI
Anatomia di un martirio
A tre anni e mezzo dal tragico femminicidio, non è la sentenza di Cassazione, giunta mercoledì, a fare notizia – l’ergastolo era l'unico approdo possibile per un abisso simile – ma la ricostruzione millimetrica di come Ilaria MAIORANO, 41 anni, originaria di Introdacqua, sia morta anche nel tentativo di proteggere le sue figlie dall'orrore. A confermare sin da subito che quella notte la follia non avesse argini, fu il ritrovamento di diversi grammi di cocaina sparsi nell'abitazione.
È in questo scenario da horror che si consumò una mattanza unilaterale: un’aggressione spietata contro una donna completamente indifesa, che usò il proprio corpo a protezione delle figlie, unica barriera tra la vita e la morte di due bambine, purtroppo testimoni oculari del massacro.

Ilaria e Tarik
Il sacrificio nella cameretta: attirare la morte su di sé
Tutto ebbe inizio nella notte tra il 10 e l'11 ottobre 2022, tra i lettini dove dormivano due bambine di 5 e 8 anni, in una casa della Curia ridotta a una topaia isolata, lungo l’argine sinistro del fiume Musone.
Fu qui, tra finestre malmesse e un tetto abbandonato all'incuria, che Tarik EL GHADDASSI scaricò la prima ondata di violenza alimentata dalla cocaina.
Ilaria, lontana dai suoi affetti di Introdacqua, capì in un istante che restare lì significava mettere a rischio anche le figlie: se l’uomo non si fosse fermato, avrebbe colpito anche loro.
In un ultimo, sovrumano gesto d'amore, Ilaria scappò dalla cameretta.
Non cercò la salvezza, cercò di spostare il bersaglio.
Attirò l’assassino fuori, negli stanzoni spogli, lontano dagli occhi e dai corpi delle sue bambine, per risparmiare loro la vista di quel massacro. Fu il suo ultimo atto da madre.

La topaia sul Musone, a Padiglione, messa a disposizione della Curia, teatro della tragedia
La caccia in casa: sediate e bastone
Fuori da quella porta, la violenza mutò forma e divenne tortura. L’uomo la inseguì e la abbatté impugnando quanto gli capitò in mano: una sedia e un bastone.
Ilaria fu massacrata a sediate con colpi metodici che le spaccarono il naso, le frantumarono tre costole e le devastarono il cranio.
Ogni colpo di sedia fu un pezzo di vita che se ne andava, ogni impatto del bastone fu il sigillo su un’aggravante della crudeltà che i giudici hanno ora confermato definitivamente.

Tarik e Ilaria, con le loro bimbe, in uno dei rari momenti di serenità familiare.
Il muro dei Carabinieri contro la bugia delle scale
«È caduta accidentalmente», aveva biascicato EL GHADDASSI ai Carabinieri di Osimo. Ma l'ottimo lavoro investigativo dei militari smontò la menzogna in pochissime ore.
Setacciarono i gradini di quel rudere a Padiglione: non c’era una sola goccia di sangue. In una manciata di ore, i Carabinieri trovarono la cocaina, i resti della sedia spezzata e il legno usato come arma, incastrando l’assassino e rendendo inutile ogni difesa.
Senza la loro rapidità, la verità sarebbe affogata nel fango del Musone, insieme alle colpe morali (e non solo) di chi doveva vigilare su quella famiglia, di fatto abbandonata dai Servizi sociali.

Tarik El GHADDASSI si copre il volto in occasione della prima condanna ordinaria all'ergastolo rimediata dal Tribunale Ancona
Osimo: una partecipazione di facciata
Mentre i dettagli del massacro emergevano, Osimo ha guardato, ma con una partecipazione di facciata.
La notizia, rimbalzata dalle Tv nazionali, fece rumore, riempendo le conversazioni chat per qualche giorno... ma non ha mai generato quello scalpore profondo che si sarebbe registrato se la tragedia avesse colpito una "coppia osimana doc".
Sotto l'indignazione di rito, la città ha confinato l’episodio in un cassetto già pronto: quello dell'evento "scritto".
Un pregiudizio sottile ha attraversato la comunità, l'idea che una tragedia simile fosse l'esito quasi naturale per un'italiana che decide di dividere la vita con un uomo di cultura, usanze, religione così diversa.
Osimo ha preso nota dell'omicidio ma lo ha archiviato come un destino estraneo, privando Ilaria, nonostante i discorsi ufficiali e la fiaccolata simbolica per corso Mazzini, dell'abbraccio autentico della sua città adottiva.
Tre ore di agonia nel silenzio
Ilaria non morì subito. Tra le 3 e le 6 del mattino rimase prigioniera di un’agonia atroce, causata da un trauma cranico, uno choc emorragico e dal sangue che le tolse il respiro fino a soffocarla.
Per ore, in quel silenzio rotto solo dagli spifferi delle finestre rotte e dal gorgoglio del fiume sull'argine sinistro, l'uomo rimase immobile.
Guardò la moglie morire, ascoltando il suo respiro affannoso spegnersi piano piano, prima di uscire al mattino presto per andare al lavoro, come se nulla fosse successo, salvo fare in modo che, attraverso telefonate alla famiglia di Ilaria, scattasse l'allarme in sua assenza.
"Denunciate al primo schiaffo"
Mentre la Cassazione ha messo il sigillo sul carcere a vita per il marocchino Tarik, resta il dolore della mamma Silvana e del fratello Daniele Maiorano che, anche attraverso i familiari di Introdacqua, hanno combattuto per la verità.
Il loro grido è un appello a tutte le donne: «Denunciate al primo schiaffo».
Ilaria è morta da eroina in una topaia dimenticata da tutti, sacrificando se stessa per regalare un futuro alle sue figlie, lontano da quell'inferno di fango, droga e soprattutto indifferenza.

