DALL'ARTIGLIO DEL MALAGRAMPA AI "SENZA TESTA"
Ascesa e caduta di Boccolino nella Osimo del Quattrocento: dalla battaglia del Porco alla mannaia di Ludovico il Moro
Di Sandro Pangrazi
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18-lug-2026
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7 min di lettura

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di Sandro PANGRAZI
Per chiunque passeggi oggi in Piazza Boccolino a Osimo, l'imponente Palazzo Comunale appare come l'ovvio palcoscenico delle vicende storiche cittadine.
Eppure, le pietre sanno mentire. Se potessimo viaggiare indietro nel tempo fino al turbolento undicennio compreso tra la "Battaja del porco" (1476) e il drammatico assedio papale del 1487, scopriremmo una topografia del potere completamente diversa. Un'epoca in cui il condottiero Boccolino GUZZONI imponeva la sua volontà alla città senza aver mai varcato la soglia dell'attuale municipio.
Palazzo Guarnieri-Baldeschi: la vera stanza dei bottoni
All'epoca della fiammata tirannica di Boccolino, il grande Palazzo Comunale semplicemente non esisteva.
Sebbene il Libero Comune avesse deliberato la volontà di erigere una nuova e maestosa sede già nel 1457, il cantiere rimase una promessa sulla carta per oltre due secoli, vedendo la luce solo nel 1678.
Dove si riunivano, allora, i magistrati cittadini e i membri del Consiglio?
La vera "stanza dei bottoni" del XV secolo si trovava sul lato opposto della piazza, all'interno del complesso monumentale di Palazzo GUARNIERI (successivamente BALDESCHI BALLEANI).
È tra quelle mura, sotto le volte di una dimora nobiliare prestata alla politica, che Boccolino GUZZONI tesseva le sue trame, alternando l'orgoglio di aver sbaragliato le truppe anconetane a Offagna alle spietate strategie per mantenere il controllo assoluto sulla città.
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La Torre Civica: la sentinella del Duecento
In questo scenario quattrocentesco, l'unico vero elemento di continuità architettonica con il presente è la Torre Civica. Ma anche sulla sua età anagrafica spesso si cade in errore.
Molti indicano il 1366 come anno di nascita, confondendo l'atto d'acquisto con la posa della prima pietra.
In realtà, la torre è ancora più antica: risale al pieno Duecento (XIII secolo), nata como possente struttura fortificata privata in un'epoca di fieri scontri comunali.
Fu solo nel 1366 che il Libero Comune di Osimo decise di rilevarla formalmente, acquistandola per farne il simbolo del potere civile e la prigione cittadina.
La sentinella che sorvegliava Boccolino e i suoi consiglieri era molto diversa da quella odierna: era più bassa, tozza e priva dei merli guelfi (aggiunti solo nella sopraelevazione del 1538) e ovviamente del grande orologio settecentesco. Tuttavia, recava già alla sua base un messaggio millenario: quei grandi blocchi di pietra romana di spoglio, strappati alle rovine dell'antica Auximum, messi lì a ricordare che Osimo poggiava le sue radici su una storia ben più antica delle sue stesse mura medievali.
Una "Lucca marchigiana": le proporzioni del potere
Per capire il peso specifico geopolitico della Osimo del 1476, non bisogna guardare alle sue dimensioni geografiche, ma alla sua incredibile forza d'urto.
Nel panorama rinascimentale italiano, non è affatto azzardato fare un paragone diretto con la Repubblica di Lucca.
Esattamente come la città toscana nei confronti della vicina e ingombrante Firenze, Osimo era una realtà territoriale più piccola rispetto alla rivale Ancona, ma fieramente indipendente, economicamente solida e protetta da una cerchia muraria formidabile che scoraggiava i grandi eserciti.
Nella "Battaja del porco" del 1476, appena 800 osimani riuscirono a sbaragliare un esercito cinque volte più grande, di 4.000 soldati, messo insieme dalla coalizione facente capo ad Ancona.
Una vittoria d'impatto che ricorda da vicino le storiche imprese dei fanti lucchesi capaci di umiliare la potenza fiorentina dei MEDICI, dimostrando che Osimo era una spina nel fianco geopolitica dell'epoca che nessuno poteva permettersi di sottovalutare.
Osimo e i tre geni: il termometro del Rinascimento
Mentre questa fiera enclave marchigiana viveva consumata dalle ambizioni di Boccolino e, più tardi, dai colpi delle bombarde, l'Italia stava partorendo i suoi più grandi capolavori.
Guardare a cosa facevano i tre geni del Rinascimento durante quell'undicennio osimano ci restituisce la temperatura esatta di quell'epoca formidabile.
Quando Boccolino guidava gli osimani nel 1476, un giovane Leonardo DA VINCI aveva 24 anni ed era già un pittore affermato a Firenze.
Nel frattempo, Michelangelo BUONARROTI era solo un neonato di un anno e Raffaello SANZIO non era ancora venuto al mondo.
Undici anni dopo, nel 1487, mentre le mura di via Guazzatore tremavano sotto l'assedio del generale pontificio milanese Giangiacomo TRIVULZIO, le vite dei tre artisti avevano preso traiettorie straordinarie:
- LEONARDO DA VINCI (35 anni) si trovava a Milano alla corte di LUDOVICO IL MORO (che sette anni più tardi, nel 1494, ordinò la decapitazione di BOCCOLINO) e, ironia della sorte, proprio in quell'anno progettava macchine belliche e fortificazioni militari non diverse da quelle che stavano stringendo d'assedio Osimo.
- Michelangelo BUONARROTI (12 anni) era un ragazzino a Firenze, ormai prossimo a entrare nella bottega del GHIRLANDAIO.
- Raffaello SANTI detto SANZIO (4 anni) cresceva respirando l'arte con il padre a Urbino, a cento chilometri dalle tensioni che stavano sconvolgendo la vicina Osimo.
L'artiglio del tiranno: l'origine del nome "Malagrampa"
A terrorizzare i consiglieri (provenienti dalle storiche casate dei GUARNIERI, dei SINIBALDI o dei GALLO) che si riunivano a Palazzo Guarnieri non era solo la foga militare di Boccolino, ma la sua stessa fama, sintetizzata in un soprannome sinistro e temutissimo: il "Malagrampa".
Nel dialetto e nel volgare dell'epoca, la "grampa" era la branca, la zampa artigliata, il potente e letale artiglio dei rapaci. Definire Boccolino "Malagrampa" significava descriverlo letteralmente come un uomo dalla "pessima presa", un predatore con un artiglio maligno da cui, una volta ghermiti, era impossibile scappare. Il soprannome era lo specchio perfetto del suo metodo di governo: una presa d'acciaio sulla città, un'autorità feroce e implacabile che stringeva Osimo in un pugno ferreo e non lasciava scampo a chiunque osasse opporsi alla sua volontà.
Il tragico epilogo milanese: il tradimento di LUDOVICO IL MORO
La parabola del "Malagrampa", tuttavia, non si concluse sulle colline marchigiane. Dopo la caduta di Osimo nel 1487, Boccolino GUZZONI fuggì dalla città riconquistata al Papato e mise la sua spada al servizio del Ducato di Milano come capitano di ventura. Ma l'audacia e la sfrontatezza che lo avevano reso un eroe a Osimo si rivelarono fatali nell'insidiosa corte sforzesca.
Nel 1494, Boccolino si lasciò sfuggire una spacconeria di troppo, vantandosi che gli sarebbe bastato un pugno di uomini fedeli per espugnare il blindatissimo Castello Sforzesco. Quella millanteria scatenò la feroce paranoia di LUDOVICO IL MORO. Il Signore di Milano, ossessionato dai complotti e temendo che il condottiero osimano stesse tramando con i suoi nemici aragonesi, lo fece arrestare e rinchiudere in prigione. Dopo sei mesi di durissime torture volte a estorcergli la confessione di una congiura mai esistita, il 14 giugno 1494 LUDOVICO IL MORO ne ordinò la decapitazione segreta. L'uomo che aveva umiliato Ancona e resistito a sedici mesi di assedio papale morì così nell'ombra, vittima dei complotti del Rinascimento lombardo.
Il mito dei "Senza Testa": tra leggenda e realtà
La fine di quell'assedio nel 1487 sotto i colpi del TRIVULZIO ha alimentato per secoli il mito più famoso di Osimo: la nascita del soprannome "Senza Testa". La leggenda popolare narra che i soldati milanesi, per sfregio contro la durissima resistenza osimana, avessero decapitato le statue romane del Palazzo Comunale.
La precisione storica e l'archeologia moderna smentiscono però questa versione romantica: nel 1487 quelle statue erano ancora sepolte nel sottosuolo dell'antico foro romano. Inoltre, l'assenza delle teste è dovuta a una tipica usanza romana: i corpi delle statue venivano scolpiti in serie, lasciando un incavo sul collo per "montare" teste intercambiabili dei magistrati dell'epoca, che poi i crolli e i secoli hanno fatto andare perdute.
Il soprannome nacque molto più tardi, quando i busti mutilati vennero finalmente scavati ed esposti nell'atrio del neonato Palazzo Comunale.
Gli abitanti dei paesi vicini iniziarono a usare l'espressione "Senza testa" come uno scherno derisorio per prendere in giro gli osimani. Con il tempo, però, il popolo di Osimo compì un capolavoro di orgoglio: ribaltò l'insulto, lo fece proprio e lo trasformò nel fiero marchio della propria identità culturale, inventando a posteriori la storia della vendetta del TRIVULZIO per legare quel nome al ricordo dell'assedio più glorioso della propria storia.
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