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Ai nostri tempi, sul finire del secondo Millennio, nella redazioni giornalistiche esistevano, sottopagatissimi, i correttori di bozze. Al “Corriere Adriatico”, dove dal 1986 al 1995 abbiamo avuto la fortuna e il piacere di fare gavetta e imparare un mestiere, in genere la figura si materializzava in severi professori di Italiano in pensione che, puntuali, a partire dalle 20, si incaricavano di leggere di tutto… a caccia di refusi, punteggiature, grassetti, verbi con l’acca o senza e – non di rado – veri e propri sproloqui di sintassi o termini.
Tutto questo, da tanto tempo o non esiste più o è ridotto ai minimi termini, sacrificando la figura del correttore di bozze sull’altare di minimali profitti editoriali, sempre più ridotti.
Ovviamente i quotidiani, specie quelli su carta, pagano o dovrebbero pagarne le conseguenze di simili “strafalcioni” non rivisti in tempo dal giornalista.
Leggerne però due sfogliando appena poche pagine, però, potrebbe cominciare ad essere fastidioso; anche perché più che a refusi veri e propri, parremmo più di fronte a disattenzione o a del lavoro fatto male.
E’ il caso di CORRIERE ADRIATICO di questa mattina che, su una pagina pesarese, segnala l’interessante notizia di un “6” al Superenalotto – valevole 309 milioni, scusate se poco – sfioratissimo da un “5” realizzato in una tabaccheria di Fossombrone.
“Per un numero – grida il titolo del quotidiano di Ancona – sbaglia il colpo da 309 milioni: si deve “accontentare” di 40”.
Che cosa pensereste voi? Che si, tutto sommato 40 milioni di euro (pur sempre una ottantina di miliardi del vecchio conio) sarebbero discretamente utili per farsi consolare e lasciar passare la stizza per l’unico numero mancato.

Poi, però, riflettendoci un attimo, uno si chiede: ma come 40 milioni di euro… sono ormai una consolazione? Quante vite mi occorrerebbero per ricevere lo stesso trattamento? E vai di calcolatrice: 40.000.000 diviso uno stipendio lordo di 2.000 euro… fanno 1.667 mensilità che moltiplicate per quota 100, ovvero 40 anni di lavoro… significava che – per fare pari – dovrei campare, lavorare una vita e reincarnarmi almeno 41 volte, meglio 42! Alla faccia della “consolazione”.
Poi, però, giustamente, l’occhio cade sulla foto a corredo dell’articolo e legge, vergato di pugno dai tabaccai che hanno registrato la vincita, che il “5” centrato a Fossombrone non paga i 40 milioni promessi da “CORRIERE ADRIATICO” ma “appena” 39.764 volgarissimi euro, giusto la mancia! Roba da denuncia e da infarto!
Ma se a tradire il collega sarà stata la fretta o la distrazione, cosa dobbiamo pensare dell’Assessore Federica GATTO, competente alla Sicurezza di tutti noi cittadini Osimani?
La dottoressa GATTO, figlia dell’ex Vigile urbano Franco GATTO, nonché laureata in Criminologia investigativa e forense (o qualcosa del genere) e soprattutto prescelta e confermata dal Sindaco PUGNALONI quale referente della Sicurezza di 35.000 residenti, è appena incappata in uno scivolone a mezzo stampa, inciso non corretto da alcun giornalista, che non fa onore a tanta professionalità.

In pratica, a proposito dell’operazione, in trasferta a Fano, messa in atto dai Carabinieri la settimana scorsa, l’Assessore GATTO così si congratula: “I miei complimenti a tutto il sistema di sicurezza osimano che, nonostante il giorno festivo, ha saputo attivarsi in brevissimo tempo ed impedire il perpetrarsi di atti criminosi in danno della comunità: in particolare vorrei congratularmi con i Carabinieri della Compagnia di Osimo, i quali all’indomani della brillante operazione che ha portato all’arresto dell’intera banda che rapinava le tabaccherie…”.
Ma di quella rapina d’Egitto sta vaneggiando la nostra massima responsabile e dispensatrice di Sicurezza?
A Bellocchi di Fano, la settimana scorsa, è andato in onda un banale furto (punibile con la reclusione da sei mesi a tre anni) reato tipico di chi, senza violenza, si impossessa della cosa altrui al fine di trarne un profitto.
Da non confondere con il reato, ben più pericoloso, di rapina, commesso da chi procura, a se o ad altri, un ingiusto profitto mediante violenza o anche solo minaccia. In questo caso il Codice penale non ci va tenero prevedendo la reclusione del colpevole per un minimo di 5 fino al massimo di 10 anni.
Quale la differenza? Pur avendo la stessa formulazione, i reati di differenziano nell’aggiunta dell’uso della violenza (o anche della sola minaccia), circostanze che nel furto non ricorrono.
Dopo di che, se si ha la doppia sfortuna di inviare comunicati alla cavolo di cane e di recapitarli a giornalisti che “copiano ed incollano” a getto continuo, senza neanche soffermarsi a leggere il testo… può capitare che lo “sbrego” diventi virale, ben evidenziato e persino con tanto di occhiello…
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