CASA DEGLI ORRORI, L’INCHIESTA SALE DI LIVELLO: CHI NON HA VISTO? CRESCE LO SCANDALO SUL MECCANISMO CHE RENDE POSSIBILE L’AFFARE

Opinione pubblica indignata; non tanto per i fatti che hanno portato all’arresto dell’anziana coppia diabolica di Jesi… ma per la facilità con cui il mondo del volontariato potrebbe essere stato rispettato e gabbato da addetti ai lavori con estrema e sin troppo semplice facilità. Fondamentale far luce sul rapporto legale intercorso tra Ast Ancona e il titolare dell’appartamento di civile abitazione trasformato in spazio di convivenza tra affette psichiatriche sottoposte a tutela di legge. A che titolo il Dipartimento di Salute mentale osservava tutto questo senza segnalare o intervenire? Intanto Franco Frantellizzi , nonostante le immagini esplicite della fellatio e le accuse di quattro donne, nega ogni addebito. La moglie Dina Mogianesi, accusata di maltrattamenti aggravati, resta ai domiciliari. Sotto inchiesta la figlia Michela Frantellizzi, volontaria gratuita
Il meccanismo sembra essere del tutto legale; addirittura ineccepibile a prova di legge.
Insomma alla fine dell’inchiesta, parallela a quella degli orrori commessi all’interno dell’appartamento jesino al 55 di via del Verziere dalla coppia diabolica FRANTELLIZZI & MOGIANESI, potrebbe perfettamente emergere che si… le cose si fanno così… che tutto è in regola… ogni legge rispettata alla virgola!
Sperando ovviamente di aver mal compreso e che qualcun altro, al di la dei protagonisti dei turpi episodi di cronaca nera, si ritrovi a dover render conto al popolo italiano del proprio comportamento burocratico, proviamo a ricapitolare quanto successo a Jesi.

Basta ed avanza un pò di iniziativa e, conoscenza dei meccanismi per avvantaggiarsi e fare mercato persino della voce solidarietà e di qualsiasi volontariato, a cominciare da quello gratuito.
Per riuscirci, nel caso specifico, occorre un qualsiasi appartamento, le conoscenze professionali una ex assistente sociale in pensione e una rete di amicizie, presso tutori e amministratori di sostegno sparsi nel territorio e abilitati in Tribunale, a cui proporre vantaggiose soluzioni per i propri assistiti.
Cosa può esistere di meglio al mondo di una comunità alloggio privata, animata oltretutto dal lavoro gratuito di tre volontari allergici al reddito?
Un autentico Paradiso in terra, un mondo del Mulino bianco dove tutti corrono e trascorrono il proprio tempo, ogni giorno, a cucinare, pulire, rendere piene e felice la giornata di ciascun ospite!
E questo nonostante i benefattori abbiano già, rispettivamente, 86 e 78 anni, ovvero nel pieno di quella quarta età nella quale, più realisticamente, la vita suggerisce a ciascuno di pensar bene alla propria giornata che preoccuparsi per il benessere altrui; oltretutto se, quello altrui, inficiato alla base da pesanti deficit psichiatrici…

In ogni caso, fin qui, l’inchiesta potrebbe giungere a scoprire che nessuna legge è stata violata. E che occuparsi del prossimo, a 164 anni in due, potrebbe valere, al limite, una medaglia al valor civile in più da appuntarsi al petto…
E poco o nulla cambierebbe lo scenario anche il particolare dei costi gestionali da coprire (ogni ospite mangia, si veste, va curato ed ha, in teoria, esigenze normali e quotidiane da soddisfare) magari ricorrendo alle pensioni sociali, all’assegno di accompagnamento e alle ulteriori possibili entrate gestite, singolarmente, dai vari Amministratori di sostegno. Aspetto questo, ulteriore e finale, che lasciamo nelle more dell’inchiesta in corso; sempre che il giudice di merito vorrà arrivare a mettere in controluce e smascherare il meccanismo, senza accontentarsi di condannare e basta i soliti furbetti.
A pensarla grosso modo come OSIMO OGGI è anche l’associazione denominata “Tutela salute mentale per la Vallesina”, intervenuta a commento della vicenda.
“Riteniamo opportuno intervenire sulla vicenda dell’appartamento di via del Verziere, che ospitava disabili psichici anche gravi – attacca l’associazione – per esprimere innanzitutto piena solidarietà alle vittime degli abusi che stanno emergendo.
Nessuno ora cada dal pero, sarebbe insopportabile e indecoroso.
Le “anomalie” di quell’appartamento erano note da tempo a tutte le parti in causa: amministratori di sostegno, sanitari, Forze dell’ordine, magistratura!
L’associazione “Tutela Salute Mentale per la Vallesina” aveva segnalato più volte agli Enti e alle autorità competenti irregolarità di tipo gestionale, accertate da ultimo anche dai Carabinieri del Nas, da noi chiamati in causa.

Ciò che abbiamo appreso dai giornali riporta una situazione ancor più grave rispetto a quella che avevamo denunciato.
Il “volontario” (Franco FRANTELLIZZI, NdR.) colto a cucinare in brache calate, è purtroppo l’orrenda punta dell’iceberg.
Che poi i volontari cucinano? Ma certo! Chi non gradirebbe a casa propria – si chiede il comunicato – un aiuto simile?
Peccato che qui si stia parlando di una struttura realizzata dall’associazione di volontariato gestita dai due arrestati (come si chiama la struttura, NdR.) e alimentata da invii di pazienti da parte del Servizio di salute mentale in base ad una “convenzione” tra loro.
Da sempre – osserva la nota – la malattia mentale è la “cenerentola” del Servizio sanitario pubblico: pazienti e famiglie vivono nell’isolamento il doppio dramma della malattia e l’umiliazione del ricatto fatto di silenzio.
Precipitare nel buco nero del disagio psichico è facilissimo, uscirne è impresa titanica.
I matti – chiamiamoli pure così, ma con affetto – sono quanto di più difficile esista da gestire; a meno che non li si imbottisca di psicofarmaci e via.
Se poi chi ne dovrebbe aver cura li rinchiude in “appartamenti in condivisione” gestiti, udite udite, da badanti, da “volontari” e da altri soggetti che si girano dall’altra parte… beh, allora siamo alla follia… Non quella dei matti, bensì quella criminogena dei presunti sani!
Non chiamiamo i soggetti coinvolti “volontari” – esorta a pensare il comunicato dell’associazione – perché i volontari veri sono ben altre persone.
Attendiamo fiduciosi che la magistratura voglia, almeno questa volta, approfondire tutti i risvolti della vicenda; sin dall’iniziale avvio della struttura.
Avvio sul quale la nostra associazione aveva acceso un faro da subito, nel lontano 2018, con invio massiccio di lettere, esposti e segnalazioni che non hanno avuto la dovuta, meritevole, attenzione”.
Circa l’inchiesta in corso Franco FRANTELLIZZI, assistito dall’avvocato Alessia BARCAGLIONI di Jesi, ha risposto alle prime domande poste dal giudice negando però ogni addebito e persino l’evidenza delle immagini.

Per lui l’accusa parla di almeno quattro donne “infastidite” sessualmente da almeno due anni a questa parte, ovvero dalle attuali ex ospiti dell’appartamento. Gli episodi, basati sulla testimonianza delle quattro inferme, parlano di una presenza dell’uomo come cuoco particolare, ovvero a pantaloni abbassati o nudo sotto la doccia insieme alle assistite volontariamente e gratuitamente da FRANTELLIZZI.
Episodi che potrebbero lasciare il tempo trovato in sede processuale in quanto non avvalorate da immagini e testimonianze ulteriori come l’ultimo, portato a galla dalla Squadra Mobile intervenuta ad interrompere una fellatio avviata da una 65enne.
A maggior ragione la difficoltà di ricostruire con esattezza quanto accaduto in via del Verziere, 55 si avrà andando indietro nel tempo, fino al 2018, anno di avvio dell’esperienza di convivenza, con un numero di persone passate per la casa-famiglia fino a nove.
Più leggera, al momento, la posizione della moglie Dina MOGIANESI accusata, con certezza, dell’episodio finale costato ad una poveretta da punire, parte del lobo di un orecchio!
Per la donna, ai domiciliari con il marito presso la propria abitazione di via dei Monti Sibillini, il capo di imputazione è di maltrattamenti aggravati.
Solo indagata, a piede libero, la terza componente la famiglia, ovvero la figlia Michela FRANTELLIZZI anche lei operante nell’appartamento di via del Verziere con lo stesso status vantato dal padre e dalla madre, vale a dire volontaria e gratuita.
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