JESI , ANZIANI E DEPRAVATI, ARRESTATI MARITO E MOGLIE, 86 E 78 ANNI COPPIA DI ORCHI VIOLENTAVA E SEVIZIAVA 9 AFFETTE PSICHIATRICHE!

In manette Franco Frantellizzi, 86 anni e la moglie Dina Mogianesi, 78 anni, ex assistente sociale in pensione. Indagata a piede libero anche la figlia Michela, come la madre volontaria non retribuita della struttura. Orrore in una comunità alloggio privata per pazienti femminili disturbate mentalmente. L’allarme di una vittima intercettato da un operatore del poliambulatorio che ha prontamente allertato Commissariato e Procura. L’anziano colto dalla Squadra mobile in fragrante mentre riceveva un rapporto orale da una 65enne; peggio la moglie capace di strappare il lobo di un orecchio trascinando di peso, per punizione, una poveretta. Nove le donne paganti (circa 7.000 euro al mese complessivi, pari alla intera pensione sociale) interessate alla quotidiana razione di angherie fatte di pugni, calci, privazioni alimentari, di libertà di movimento e comunicazione e persino con limitazioni sia per il riparo dal caldo e dal freddo. Al vaglio la posizione dei tutori e degli amministratori di sostegno delle nove vittime che per almeno un anno hanno ignorato la realtà. Da chiarire anche la posizione della Ast di Ancona: la struttura risulta conosciuta e regolare o addirittura figlia di un sommerso mescolato a peloso volontariato?
Moglie e marito incassavano oltre 7.000 euro al mese (ovvero l’intero ammontare di nove pensioni sociali) e in cambio “ripagavano” le pazienti, tutte 50/60enni affette da gravi patologie psichiatriche, con sevizie di ogni genere… dall’obbligo di sesso orale preteso dal più che anziano gestore della struttura… sino allo strappo punitivo, conseguenza del trascinamento di peso a forza, del lobo di un orecchio!
Protagonisti da almeno un anno di una serie di orrori degni della fantasia nera di Dario Argento, una coppia di Jesi – tali Franco FRANTELLIZZI (86 anni), originario di Frosinone e la moglie Dina MOGIANESI (78 anni), assistente sociale in pensione – titolare a Jesi di una cosiddetta comunità alloggio al primo piano di una palazzina posta al 55 di via del Verziere, struttura assistenziale non meglio identificata – al momento – con un nome proprio.

Lo strazio delle cinque poverette ospiti sarebbe iniziato, stando alle indagini in corso di approfondimento da parte della Squadra mobile di Ancona (verifiche in particolare circa le responsabilità collaterali di diversi addetti ai lavori), da almeno un anno; ma si teme che il via all’escalation di brutalità e tormenti crescenti, al limite della disumanità e della tortura vera e propria, possano coincidere con l’avvio stesso del servizio, datato 2018.
Di fatto i soprusi sessuali e le rivalse fisiche sulle sfortunate sarebbero continuate ad oltranza se il personale del poliambulatorio jesino, presso il Centro di salute mentale, chiamato a verifiche periodiche sui soggetti psichiatrici affidati alla comunità-alloggio, non avesse subodorato, anche per i discussi precedenti specifici professionali di Dina MOGIANESI, che qualcosa aveva di gran lunga scavalcato la normalità; ben oltre di qualche umano eccesso.
Raccolta la fiducia di una delle poverette, si è così scoperchiato, in breve, un autentico girone dantesco di crudeltà, oltretutto, se possibile, aggravate dal fatto di essere state poste in essere da una posizione di preminenza della coppia dirigente e attuate su soggetti non in grado di difendersi.
Da qui la notizia di reato è giunta, in contemporanea, presso il Commissariato di Fabriano e la Procura di Ancona, intenzionata a vederci chiaro e in tempi rapidi.

E’ emerso, purtroppo, quanto si sospettava. Se non peggio. Riempita la struttura di cimici e videocamere, gli agenti di polizia e gli uomini della Mobile hanno dovuto soltanto mettersi in “ascolto” e avere la pazienza di attendere il momento per entrare in azione.
Il personale del dottor Carlo PINTO, capo della Mobile dorica, ha così dovuto credere ai propri occhi e orecchie quando lunedì 8 aprile l’anziano ma ancor sessualmente intraprendente capo struttura, l’86enne Franco FRANTELLIZZI, neo sposo da meno di due anni della socia in affari Dina MOGIANESI, 78 anni, convocasse in ufficio la paziente preferita… una 65enne scelta, come tante altre volte, per soddisfare non dimenticati appetiti sessuali.
L’età avanzata del responsabile, per fortuna della poveretta inquadrata dalle spie piazzate nei giorni precedenti nell’intera struttura, non ha consentito all’uomo di poter scegliere la postura preferita, limitandosi alla richiesta, soddisfatta, di ricevere un rapporto orale.
Ed è proprio in siffatto atteggiamento che i poliziotti, senza perdere tempo, sono entrati in azione, cogliendo Franco FRANTELLIZZI con braghe e mutande a terra, sbracato in poltrona, intento a non perdersi ogni emozione.
In siffatto atteggiamento di beatitudine, l’uomo non ha quasi notato l’irruente arrivo degli agenti in forze… stante che al classico “Fermi tutti, Polizia…” nella coppia ha fatto seguito qualche istante di umano imbarazzo.

“La stavo solo consolando…” – ha provato a difendersi FRANTELLIZZI mentre con difficoltà si ricomponeva mutande e pantaloni.
Arrestato l’anziano operatore, sarebbe da dire più che in fragranza… col sorcio vero e proprio in bocca, l’inchiesta di Procura e Squadra mobile è andata avanti, senza clamore, potendo quindi contare sull’effetto sorpresa.
Cosa c’era di vero, infatti, circa le sevizie alimentari, comportamentali e vessatorie lamentate dalla paziente fonte dell’inchiesta, oltre ai soprusi sessuali, a turno, appena provati?
Quanto verrà alla luce nei giorni seguenti farà apparire la fellatio imposta alla “favorita” come un banale invito a degustare un te del pomeriggio.

Ancora poco o nulla, nel confronto di barbarie, quel rapporto orale interrotto bruscamente dai poliziotti, rispetto a quanto, la settimana dopo la Squadra mobile avrà modo di scoprire, esattamente lunedì 15 aprile, a carico di Dina MOGIANESI, ex assistente sociale e neo sposa FRANTELLIZZI.
Le informazioni ricevute, del resto, erano state chiare e particolareggiate. Il trattamento ordinario subito dalle cinque donne prevedeva, in maniera dettagliata, il contingentamento del riscaldamento invernale attraverso un uso molto scarso dei termosifoni!
Ne andava meglio in estate non potendo aprire finestre, chiuse, anzi sbarrate con tanto di lucchetto. Di notte poi le cose peggioravano ancora, se possibile. Le porte delle camere risultavano tutte e sempre chiuse a doppia mandata, private anche del sostegno di una qualsiasi figura di sostegno, a supporto per qualsiasi necessità… figuriamoci, poi, dell’uso vietatissimo del telefono.
E non basta ancora. L’inchiesta della Squadra mobile ha portato alla luce anche il capitolo ulteriore delle “punizioni” e delle “mancanze”, punite da moglie e marito – a volte conosciute della figlia Michela FRANTELLIZZI, al momento estranea alle accuse mosse ai genitori e quindi solo indagata a piede libero – con razionamenti alimentari e persino con una scarica dolorosa di botte corporali, calci e/o pugni, destinati senza lesinare quando poteva servire o sembrare giusto… tipo una innovativa “terapia” correttiva.

Entrambe operanti, madre e figlia, in quella casa alloggio di via del Verziere come “volontarie non retribuite”.
Ma purtroppo c’è dell’altro: roba da far rabbrividire al solo pensiero… ma ancora acqua fresca di fronte all’episodio che ha imposto ai poliziotti un secondo blitz, al termine, in pratica, di una punizione più sanguinolenta del solito… ovvero quando l’operatrice rimasta Dina MOGIANESI, 78 anni, ricordiamo ex assistente sociale (!), ha approfittato della caduta a terra di una delle quattro poverette rimaste nella struttura di via delle Verziere, 55 trascinandola di peso per la stanza, pur di corporatura mingherlina, attraverso il lobo afferrato di un orecchio… sino a distaccarlo e ritrovarselo in mano!
L’intervento-bis dei poliziotti è così valso a far chiudere la struttura, posta sotto sequestro dall’autorità giudiziaria, far trasferire le ultime tre pazienti rimaste nel reparto di Psichiatria dell’ospedale jesino e soprattutto condurre in carcere anche la donna, convalidata agli arresti per episodi plurimi di maltrattamento e lesioni commesse in danno delle pazienti ospitate in convenzione.
Per entrambi il giudice ha concesso, già il giorno dopo, la detenzione domiciliare presso l’abitazione di via Monti Sibillini, residenza della coppia. Lui ristretto per violenza sessuale continuata su nove vittime accertate, aggravata dalla minorata difesa delle vittime; e lei per maltrattamenti fino alle lesioni in cinque diversi casi.
La vicenda, nella sua estrema gravità, non è ancora conclusa. Ai raggi X degli investigatori mossi dal dottor PINTO finiranno, inevitabilmente, i cinque, fra tutori e amministratori di sostegno, responsabili delle sorti di ciascuna donna loro affidata dal Tribunale.
Dove sono stati, nell’ultimo anno, senza aver nessuno annusato il grave percolo corso dalle rispettive assistite?
Di più. Accertamenti inevitabili ricadranno anche sulla Ast di Ancona che dovrà chiarire che tipo di rapporti e di quale natura portava avanti con la comunità jesina, non titolare, al momento, neanche di una denominazione ufficiale!
Una struttura regolarmente conosciuta e affidataria del recupero e del benessere di persone in difficoltà psichica o lasciata vivacchiare nel sottobosco del volontariato dove, a quanto pare, volgendo occhi e orecchi altrove, tutto è possibile?
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