TRAGICA FINE DI UNA GIOVANE ESISTENZA TORMENTATA 31 ANNI, ANNEGATO AL FURLO NELLE ACQUE DEL CANDIGLIANO

Muhammed Ali Raza, pakistano da sempre residente a Filottrano con la famiglia, si trovava in campeggio per il 1° Maggio presso il parco naturale. La tragedia attorno mezzogiorno quando il ragazzo – universitario ad Urbino in Giornalismo – si è immerso nelle gelide acque del torrente rimanendo ben presto vittima di un gorgo o della forte corrente. Il corpo senza vita ritrovato tre ore dopo dai sommozzatori giunti da Bologna. Il cordoglio del Sindaco Luca Paolorossi presso il cui laboratorio lavorano da sempre il papà e lo zio del poveretto. Impegnato nel sociale e in particolare nel migliorare la condizione dei detenuti in carcere, Ali Raza non faceva mistero dei propri errori giovanili, portandoli ad esempio da non imitare
Muhammad ALI RAZA, 31 anni, pakistano emigrato a Filottrano dal 2001, era iscritto al secondo anno del triennio universitario urbinate riservato agli aspiranti sceneggiatori, copywriters, giornalisti, redattori, consulenti pubblicitari, organizzatori di eventi, social media manager, e più in generale, “produttori di contenuti” per cinema, radio, televisione e web.

Un passato difficile alle spalle, da un paio di anni aveva lasciato la famiglia a Filottrano – in particolare il papà Bashir e lo zio Naseer, esempi di integrazione presso l’atelier di Luca PAOLOROSSI – per trasferirsi nel capoluogo universitario allo scopo di perfezionare con un titolo di studio quella che, oltre la propria passione civile, poteva costituire un interessante sbocco lavorativo.
Il ragazzo, purtroppo, è morto annegato nella giornata del 1° Maggio, attorno mezzogiorno, immergendosi nelle acque insidiose del Candigliano, presso la riserva naturale del parco del Furlo, presa d’assalto da nugoli di famiglie per il classico fuori porta dei Lavoratori, vittima di un gorgo che ha attratto il ragazzo a morte, una volta sceso in acqua.

La zona, particolarmente insidiosa, pari alla bellezza abbacinante dei luoghi, non è purtroppo nuova a simili episodi costati la vita, da ultimo, ad un ragazzo 17enne, alcuni anni fa.
Non è chiaro se Muhammad abbia raggiunto il luogo, nel Comune di Acqualagna, da solo o in comitiva di amici universitari. O se si trovasse già sul posto, in campeggio libero.
Di fatto, all’altezza della spiaggia della Golena, il ragazzo ha sentito l’esigenza di tuffarsi in acqua in una zona, stretta tra la Gola del Furlo, in cui il Candigliano viaggia in genere trasportato da correnti e vortici di significativa importanza e con una portata d’acqua fino a tre metri, di pericolo se non valenti nuotatori.
Di fatto, stando a quanti hanno assistito alle drammatiche sequenze e primi nell’attivare l’allarme, Muhammad non appena in acqua, non è più riuscito a rimanere a galla, chiamando subito aiuto per poi finire inghiottito dalle limpide e fredde acque color cobalto, prima ancora che qualcuno abbia potuto pensare a come intervenire.

Non vedendolo riemergere, ai testimoni della tragedia, si era ormai attorno le 12.30. non è rimasto altro che attivare il 112 per le ricerche del caso, affidate ai Vigili del Fuoco di Cagli, supportati da una squadra fluviale fatta giungere da Pesaro.
Sul posto, in breve, anche due elicotteri inviati al Furlo da Arezzo e da Bologna, insieme ad una squadra di sommozzatori, attivati quando si è compreso, ben presto, che per il pakistano non ci sarebbe stato nulla da fare.
In effetti, a tre ore dalla tragica immersione in acqua, è toccato proprio ai sommozzatori bolognesi rintracciare sul fondo del fiume il corpo del pakistano, per poi recuperarlo a riva ormai esanime.

A piangerlo, una volta che quel corpo è stato identificato e si è avuto certezza trattarsi di Muhammad ALI RAZA, gran parte di Filottrano che per venti anni ha visto crescere il ragazzo. Portavoce della costernazione dell’intera comunità filottranese, attraverso i social, il Sindaco Luca PAOLOROSSI il quale come Primo cittadino e datore di lavoro dei familiari del giovane, ha speso parole di sincera partecipazione.
“Stamattina, sin dalle prime ore, siamo stati catapultati in una sensazione di sgomento… Tutta la comunità di Filottrano – ha scritto PAOLOROSSI sulla propria pagina Fb – si stringe alla comunità pakistana residente nel nostro territorio; e non solo.
Ero molto legato ad Alì e alla sua famiglia. Arrivati a Filottrano nel 2001, si sono integrati perfettamente nella nostra comunità. Persone laboriose, persone per noi veramente importanti, oltre che per lo sviluppo delle nostre aziende.

Bashir, suo padre, mio capo sarto da più di 20 anni. Naseer, suo zio, responsabile dello stiro.
Ecco questi sono gli extracomunitari che tutti i cittadini e tutti i Sindaci vorrebbero: gente di poche richieste e tanta fatica e rispetto
Faccio le condoglianze a tutta la comunità islamica e a quella pakistana in particolare. Abbraccio forte la famiglia”.
Poi, riprendendo un versetto musulmano, PAOLOROSSI ha concluso:
“Ogni anima assaggerà la morte. Possa Allah, il Signore dei mondi, concedergli un alto posto nel Paradiso. Possa Allah concedere pazienza e grande ricompensa ai familiari. Amen”.
Provetto giornalista, sensibile al sociale, Muhammed ALI RAZA, collaborava, ad Urbino, con RIVISTA MALAMENTE, foglio di lotta e critica del territorio.
Proprio ALI RAZA, nel gennaio dello scorso, si era reso protagonista di una lettera aperta senza infingimenti, un intervento al microfono in piazza Cavour, ad Ancona, nell’ambito di una manifestazione a favore della verità su Matteo CONCETTI, giovane detenuto 23enne, suicidatosi in carcere in una cella di Montacuto che in passato aveva già ristretto il pakistano.
“Salve, sono Muhammad ALI RAZA, un ex detenuto di Montacuto e Barcaglione, i due carceri di Ancona.
È la prima volta che mi presento così, direttamente. Di solito non lo faccio perché in questa società se lo dici è come se precludi la possibilità di conoscere la persona che sono veramente.
Io non sono una decisione presa in cinque minuti un pomeriggio di sette anni fa (2017, NdR.), preso dall’ingenuità (arrestato a Passatempo, insieme ad un marocchino, per l’estorsione di 200 euro ad un minorenne per hashish non pagato, NdR.)
Io non sono la cupidigia di arraffare qualcosa da uno scaffale dodici anni fa (2012, NdR.).

Io sono un uomo che conosce il valore del lavoro e della fatica, della fugacità e della preziosità della vita e che non può trovare un bene più grande se non lasciare il mondo un posto migliore rispetto a come l’ho trovato, in onore a chi ha fatto lo stesso prima di me.
Penso che per portare un cambiamento al sistema della detenzione carceraria e di qualsiasi altro sistema di “simil-detenzione”, come i Centri di permanenza e rimpatrio, CPR, sia necessaria una coscienza diffusa da parte della società tutta.
Non siamo reietti, non siamo spazzatura da rinchiudere in quattro mura come fossimo errori da dimenticare; siamo esseri umani come voi tutti.
Non può essere una scelta sbagliata a definirci per il resto della vita. Non siamo dei trofei da portare in gloria, come fecero con me alcuni agenti dei Carabinieri che mi arrestarono; non siamo un articolo di cronaca da incorniciare di falsità diffamatorie per ottenere delle views.
Non dico che certe cose non accadano, ma ciò di cui vi parlo l’ho vissuto sulla mia pelle.
Non penso sia una responsabilità solo dello Stato risolvere la questione sulla detenzione e le condizioni dei detenuti; è una questione che riguarda tutti.
Ahimè, grazie al carcere, mi sono posto alcune domande, prima fra tutte: “Come possono degli uomini miei pari trattarmi in questo modo?”
Il carcere non è un posto in cui vorreste finire. Possono capitare notti in cui non dormi perché hai paura che il compagno di cella, con cui hai avuto dei diverbi, ti venga ad assaltare se ti addormenti; e nessuno ti difenderà se accade.
Il carcere è l’ultima trincea della società contro le sue debolezze, quella che hanno abbandonato tutti. Dopo di questa c’è soltanto una terra desolata di pregiudizi e tabù.

Riguardo al caso di Matteo CONCETTI, immagino come si deve essere sentito, nella cella in cui si è trovato in isolamento, solo, durante le ore d’aria, a passeggiare in una specie di corridoio scoperchiato (20 metri per 5) di cemento grigio.
E se non aveva il piacere della lettura o del movimento, lo immagino solo con le sue paranoie. Mi dispiace che nessuno sia riuscito a comprenderlo, ma non mi sorprende.
Lì sono abituati così. Il carcere non è una cosa facile nemmeno per le guardie, molte volte non possono far niente se i detenuti non ricevono da mesi la risposta del magistrato di sorveglianza o un colloquio con l’educatore, che può favorire l’accesso a percorsi di rieducazione, quindi a misure alternative alla pena.
A volte è capitato che alcuni detenuti si autolesionino per ricevere attenzione, per avere un colloquio con “chi conta”… il Direttore del carcere, l’Ispettore o il Comandante…”.
Continua…
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