VOLEVA UN APPARTAMENTO PER UN DEBITO FANTASMA DI 10.000 EURO! MANO MOZZA IN 49 GIORNI DAL CARCERE AI DOMICILIARI: ESTORSIONE

Il mafioso pentito, 67 anni, residente a Civitanova Marche, sospettato in carriera dell’omicidio di ben 200 persone circa, ha rigettato l’accusa affermando che un benefattore misterioso, saputo delle sue difficoltà, ha messo in mano all’imprenditore edile 5.000 euro da girare al pugliese. La versione di fantasia è comunque valsa la trasformazione della detenzione da carceraria a domiciliare. Nel frattempo il Tar ha riabilitato Annacondia a tornare ad usufruire del sospeso programma di protezione garantito dallo Stato ai pentiti
“Io capace di una estorsione? Quando mai, signor giudice. Non ho crediti da riscuotere con nessuno. I 5.000 euro che mi sono stati consegnati, tramite un cliente del ristorante di mia figlia, sono soldi di una terza persona a me cara, che sapendomi nelle spese, ha voluto aiutarmi a superare questo periodo. Non sarei mai capace di un simile atto…”.
Parole e musica di Salvatore ANNACONDIA, 67 anni, da tempo “rifugiato” a Civitanova Marche, meglio conosciuto con l’appellativo di “Mano mozza”; favoletta di Natale suggerita da un avvocato maceratese, Gabriele COFANELLI, tra i più valenti in circolazione nelle Marche, premiata comunque dal giudice per le indagini preliminari Claudio BONIFAZI con la trasformazione della detenzione del pluri omicida, da carceraria a domiciliare.

Per la cronaca ANNACONDIA, originario di Trani e noto nel mondo della mafia pugliese per essere ritenuto il mandante o esecutore di circa 200 omicidi (di cui 70 riconosciuti dallo stesso protagonista), diventò “Mano mozza” sin dai 14 anni, perdendo la mano destra a seguito di una esplosione in mare, avvenuta durante una battuta di pesca.
La carriera nella mafia, nel gruppo di Nitto SANTAPAOLA, è invece datata 1989 con l’apertura di un ramo pugliese in contrasto con la Sacra Corona Unita ritenuta da ANNACONDIA “organizzazione non di largo respiro”.
Ufficialmente titolare di un ristorante di lusso a Trani, Mano mozza al momento dell’arresto (decisivo nel trasformare il delinquente in uno dei primissimi collaboratori di giustizia) sul finire del ’92 contava già su un patrimonio personale pari a circa 4 milioni di euro e aveva appena fallito un attentato a Totò RIINA.
La svolta, nello stesso anno, con la malattia del figlio, choccato e costretto di clinica in clinica dalla notizia di essere venuto al mondo grazie ad un padre criminale, pentitosi di un solo omicidio dei 70 confessati e dei circa 200 che comunque, in carriera, sono attribuiti a Mano mozza.

Da qui l’avvio dell’iter amministrativo per acquisire il titolo di collaboratore di giustizia e il rapporto col dipartimento nazionale antimafia che nel 2006, dopo otto anni di udienze, portò alla sbarra 115 imputati di cui 31 condannati all’ergastolo per vicende di traffico e spaccio di droga, traffico di armi, estorsioni ed omicidi in serie.
A giugno 2018, durante un processo alla ‘ndrangheta stragista, affermò che la Calabria è la mamma di tutti i gruppi organizzati italiani: camorra, Cosa nostra, Sacra corona unita e ovviamente ‘ndrangheta. E che Milano tutti fanno riferimento alla famiglia DE STEFANO di Reggio Calabria… al punto che nel capoluogo lombardo non c’è foglia in grado di muoversi senza il consenso calabrese!
Fin qui il personaggio che, il 28 settembre scorso, a corto di sordi e non più sotto l’ala protettrice dello Stato, c’è comunque ricascato rompendo le scatole ad un imprenditore edile di Fermo per il pagamento di 10.000 euro.
A tradire ANNACONDIA la segnalazione, giunta alla Squadra mobile di Fermo, di numerose visite fatte da Mano mozza nell’azienda dell’imprenditore.
E’ stato così ricostruito che l’uomo era stato fatto oggetto di minacce, anche fisiche, per un presunto debito di 10.000 euro, non onorato, che un dipendente dell’impresa edile avrebbe assunto, a dire di Mano mozza, con ANNACONDIA.
La responsabilità dell’imprenditore? “Colpevole” di pagargli uno stipendio senza assicurarsi che il dipendente gli saldasse il debito!
Richieste monitorizzata dalla Squadra mobile fermana a partire da inizio estate e sempre più numerose per “ricordare” il pagamento del debito attraverso intimidazioni di varia natura e portata: dalla minaccia di prelevare con la forza il “lavoratore moroso” fino alle vere e proprie promesse di morte nei confronti dell’imprenditore edile.
Da qui il versamento di una prima tranche di 2.000 euro e ulteriori dazioni frazionate, prelevate da Mano mozza direttamente in azienda.
Fino al giorno, a settembre, in cui il povero Cristo tartassato ha trovato la forza per eccepire che il debito non era suo e che il vero debitore si era messo a lavorare in proprio.

Per tutta risposta Mano mozza rispose di pagare celermente e fino in fondo. Diversamente avrebbe potuto vendergli, a 10.000 euro! – una casa di proprietà, annullando quanto dovuto!
A questo punto, considerato che Mano mozza non gli riconosceva quanto già versato e continuava a pretendere o 10.000 euro in un’unica soluzione o l’intestazione di un appartamento (!), l’uomo si è visto perso e costretto a rivolgersi finalmente alla Polizia.
Sabato 29 settembre la trappola scattata con i 5.000 euro già fotocopiati, consegnati dall’imprenditore alla richiesta di ANNACONDIA ascoltata dai poliziotti piazzati in ufficio e in attesa dello scambio.

Fino all’arresto per estorsione continuata e la detenzione in carcere, fino a venerdì 15 novembre, per una cinquantina di giorni; trasformata ai domiciliari grazie alla richiesta di modifica della misura presentata dall’avvocato COFANELLI.
Ma le buone notizie, avendo buoni avvocati, non finiscono mai. A Mano mozza è stato notificato, in queste ore, anche la sentenza del Tar Marche che ha accolto l’istanza di riammissione al programma di protezione, perduta dal boss, con annessi benefici.
Alle necessità spicciole e meno spicciole di ANNACONDIA, a corti discorsi, lo Stato – ha ribadito il Tar – deve pensare lo Stato, ovvero noi, senza invogliare Mano mozza a ricorrere a scorciatoie estorsive.
Così è scritto.
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